Andrea Briganti (ThinkAbout): “Riduciamo lo spreco di alimenti distribuendo i prodotti eccedenti”

Redazione BacktoWork 30/08/2021

Fondata con lo scopo di combattere lo spreco alimentare, ThinkAbout è una startup attiva da sei anni che si rivolge alle aziende e ai loro dipendenti offrendo cibo in eccedenza a prezzi scontati. Insieme ad Andrea Briganti, fondatore e CEO, abbiamo discusso degli obiettivi e delle peculiarità del progetto. 

Com’è nata l’idea di dare vita a ThinkAbout?

L’idea di fondare la startup è nata dalla necessità, da me maturata ormai sei anni fa, di trovare una modalità con cui si potessero coniugare sostenibilità e profittabilità, elementi che nel business di allora non erano ben collegati. Ho così iniziato a fare una serie di test e consulenze per capire come legarli all’ambito del food, nella convinzione che lo spreco del cibo sia un fattore su cui ciascuno di noi dovrebbe attenzionare i propri comportamenti. Basti pensare che solo nel 2019 in Italia sono andati al macero oltre 5,5 milioni di tonnellate di generi alimentari, equivalenti a 15 miliardi di euro (quasi un punto percentuale del PIL nazionale). La FAO ha inoltre stimato che il costo economico diretto dei prodotti persi o sprecati ammonta a 900 miliardi di euro all’anno, cifra che sale a 2.340 miliardi di euro se si tiene conto anche del costo ambientale e sociale.

Sono dunque arrivato a strutturare un’idea di e-commerce che prevedesse la possibilità per i dipendenti delle aziende di comprare cibo in eccedenza in condizioni ancora ottime recuperato dai produttori alimentari. Come dimostrano i dati citati, il mercato produce più cibo rispetto al necessario e a quello che viene effettivamente acquistato (motivo per cui oggi sono così comuni promozioni di quantità come il 3x2). L’idea è quindi quella di dare la possibilità di comprare prodotti eccedenti a prezzi scontati, tra il 30 e il 50%, e di permettere ai lavoratori di portare a casa beni che altrimenti verrebbero smaltiti (per semplice eccedenza, difetti del packaging, non conformità o scadenza).

A chi sono rivolti i servizi offerti?

Il primo target a cui ci rivolgiamo sono le aziende, che riteniamo essere sempre di più un elemento di propagazione culturale rispetto a certi comportamenti. Secondo noi le imprese non sono, infatti, un nodo solo organizzativo, ma anche culturale, dato che hanno la possibilità di lanciare messaggi importanti. A quelle che si abbonano su ThinkAbout e permettono ai dipendenti di accedere alla nostra piattaforma, noi offriamo la misurazione degli impatti ambientali e sociali di tutti i prodotti presenti in vetrina: in questo modo l’azienda può da una parte fare education verso i dipendenti interni e dall’altra comunicazione sulla Corporate Social Responsibility verso gli stakeholder esterni.

Ciò che noi facciamo è dunque collegare la lotta allo spreco alimentare con il target aziendale perché lo riteniamo un nodo centrale per la propagazione di alcuni elementi culturali che vanno al di là della mera produzione.

ThinkAbout

La piattaforma eCommerce che riduce l’eccedenza e lo spreco alimentare e offre cibo a prezzi scontati

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Qual è la vostra strategia di comunicazione e come vi fate conoscere ai clienti?

Per far conoscere la nostra startup alle aziende sfruttiamo diversi database, abbiamo preso parte al Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale con Rossella Sobrero e siamo partner dell’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano, l’unico in Italia a mappare i flussi di eccedenza lungo tutta la filiera produttiva. In questo modo ci facciamo conoscere sia agli HR Director e agli Amministratori Delegati che alle aziende che sono interessate al nostro percorso.

Quali sono i vostri obiettivi a medio e lungo termine?

Il nostro obiettivo è quello di diventare consulenti delle aziende sui temi di cui ci occupiamo, con il fattore abilitante che è quello della piattaforma e-commerce. Abbiamo poi in mente di andare a servire la biodiversità enorme che abbiamo in Italia in termini di produzione alimentare. Il nostro è infatti il primo Paese in Europa per numero di produttori e trasformatori alimentari: ogni città ha la propria cucina e quindi anche la propria produzione artigianale e industriale. Un’idea potrebbe inoltre essere quella di sviluppare un percorso di internazionalizzazione per queste aziende e posizionarle sul tema della lotta allo spreco alimentare.

Come intendete utilizzare i fondi raccolti con la campagna di crowdfunding?

Con le somme ricavate tramite il crowdfunding, in cui i nostri obiettivi di raccolta sono 150 mila euro (minimo), 400 mila euro (intermedio) e 600 mila euro (massimo), abbiamo intenzione di sviluppare un’app per i dipendenti delle aziende, che attualmente operano tramite desktop, e una per le aziende di trasformazione alimentare. Queste ultime, che ora passano a noi le merci per la catalogazione e l’inserimento in vetrina, potranno così gestire autonomamente il loro magazzino, direttamente interconnesso col nostro, in modo da rendere il flusso più immediato. Un’altra parte dei fondi verrà utilizzata per la certificazione del nostro algoritmo di misurazione degli impatti da parte di un ente terzo e per investimenti in organizzazione e marketing con l’obiettivo di farci conoscere ancora di più.

Quali sono le vostre peculiarità e cosa vi distingue dalle imprese concorrenti?

Il primo aspetto che ci distingue dalle altre realtà del settore è che queste ultime tendono ad essere meramente B2B o meramente B2C, mentre noi abbiamo un posizionamento intermedio perché ci rivolgiamo sia alle imprese che ai consumatori. Un altro elemento differenziante è che, mentre nel B2C solitamente si vendono box pre-organizzati per efficientare la logistica, da noi il consumatore può comprare ciò che vuole nelle quantità e nei formati desiderati: in questo modo il processo di acquisto diventa più consapevole.

Come ha inciso la pandemia nel vostro settore?

Mentre inizialmente, prima dell’emergenza sanitaria, ThinkAbout spediva soltanto in azienda i pacchi acquistati dai dipendenti, con il maggior ricorso allo smart working abbiamo modificato i luoghi di consegna. Oggi i lavoratori possono dunque ricevere i prodotti acquistati dove desiderano, anche a casa propria. Per quanto riguarda il lato della trasformazione alimentare e dei prodotti in vetrina, l’avvento della pandemia ha portato al blocco del canale Horeca e di quello internazionale per un certo periodo di tempo. I magazzini si sono dunque particolarmente gonfiati di merce che è risultata inevasa.


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