Davide Turco (Indaco Sgr): "Oggi il settore emergente è la Space Economy"

Gianni Balduzzi 19/04/2022

Indaco è il più grande fondo indipendente di Venture Capital in Italia. Specializzato in investimenti in imprese emergenti a grande contenuto tecnologico e di innovazione, si giova dell’esperienza di partner istituzionali come Intesa San Paolo e Cariplo Factory. E soprattutto delle competenze di chi ha cominciato molto presto a occuparsi proprio di Venture Capital e Private Equity.

Come il suo co-fondatore e managing director Davide Turco, che prima di creare Indaco ha lavorato per anni nel campo dei fondi di investimento, anche quando a parlare di investire in startup erano pochissimi.

Per questo lo abbiamo incontrato, per capire le linee di azione di Indaco e, più in generale, le tendenze del mercato in questo momento.

Buongiorno dottor Turco, grazie per questa occasione di incontro. Vorrei iniziare parlando di voi, di Indaco. Siete relativamente recenti, ma già il maggiore fondo italiano di questo tipo. Come mai? Qual è la vostra storia?

La storia inizia dal 2007-08, quando in seno a Intesa San Paolo nasce Atlante Ventures, come spin off del team di Private Equity, di cui facevo parte. La molla era stata la carenza di capitali per le startup tecnologiche. Eravamo negli anni successivi alla bolla dot-com. 

A fare da apripista per noi vi era stato l’investimento in Novamont, azienda che aveva creato la plastica biodegradabile e che era nata dal gruppo Montedison.

Intesa era già impegnata ad assistere le imprese innovative nell’accedere ai fondi europei, e sono state messe assieme tutte queste esperienze per creare qualcosa di nuovo.

Il mio pallino, in particolare, era quello di sostenere le aziende tecnologiche. Così è nato Atlante Ventures, e, dopo di esso, un fondo dedicato al Mezzogiorno e nel 2011 Atlante Seed, con lo scopo di aiutare le aziende nella fase ancora precedente all’early stage, creando collegamenti con acceleratori

Da questa attività hanno visto la luce una trentina di investimenti ed entro il 2018 vi sono stati i primi risultati concreti, le prime exit

Ci siamo quindi trovati in una fase in cui vi era ormai una buona esperienza nel Venture Capital, mentre parallelamente in Intesa si decideva di privilegiare operazioni di partnership con realtà esterne.  È in questo contesto che le abbiamo proposto la creazione di una nuova Sgr, indipendente, anche se con una presenza strategica di Intesa stessa all’interno.  

Così è nata Indaco. In cui è confluita non solo la gestione dei tre fondi Atlante, ma anche quella di TT Venture di Quadrivio.

Dal punto di vista societario i 4 partner di Indaco hanno oggi il 51%, cosa che agli investitori piace perché consente di avere chiaro chi ha la responsabilità di tutta la gestione. 

Possiamo quindi dire che il segreto di Indaco è proprio l’unione di esperienze e competenze che hanno hanno dato vita a esso

Direi di sì. A completare il quadro, oltre al 51% dei partner di Indaco, vi è il 49% posseduto da Intesa San Paolo e Fondazione Cariplo, promotrice di TT Ventures, che svolge un ruolo centrale tra le fondazioni bancarie, così importanti nel sistema italiano.

Contestualmente alla nascita di Indaco abbiamo dato il via alla creazione di un fondo completamente nuovo, Indaco Venture 1, di 134 milioni, che oggi si trova quindi al quarto anno di operatività. 

Vorrei ora chiederle dei settori su cui Indaco investe. Osservate le tendenze del mercato o avete una vostra strategia che seguite a prescindere?

Innanzitutto noi ci caratterizziamo per essere operativi su più verticali. Siamo focalizzati sulla tecnologia, ma in modo trasversale, e copriamo tre grandi aree: il mondo life sciences, il deep tech e il digital. 

Abbiamo una vista cross-technology, che può essere utile perché a volte certe innovazioni avvengono nel mondo delle nanotecnologie o dei nuovi materiali, ma poi hanno applicazioni altrove, per esempio nel medicale. Oppure si pensi all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel Biotech

Più che inseguire le mode cerchiamo di cogliere i mega trends tecnologici. Qualche anno fa vi è stato il boom del Fintech, che alla fine è l’applicazione del digital e dell’intelligenza artificiale al mondo finanziario. Poi è venuto il momento del Medtech, e ultimamente nel Biotech.

Nell’ultimo anno secondo lei quale settore ha avuto la crescita maggiore?

Penso alla Space Economy, che negli ultimi anni ha avuto una forte accelerazione. Non è un caso che una delle aziende più promettenti nel nostro portafoglio sia D-Orbit. In passato  non venivano dedicati molti capitali a questo settore, ma le cose sono cambiate con il maggior interesse che tale segmento ha riscontrato a livello globale, sulla scorta della corsa allo spazio capeggiata da Musk, Bezos, Branson.

Indubbiamente il Biotech sta vivendo una fase di accelerazione grazie alle nuove tecnologie: questo ha consentito di trovare rapidamente risposte alle sfide poste dalla pandemia che a sua volta ha consentito di incrementare le risorse e velocizzare i processi nel comparto.   Anche il CleanTech sta vivendo una ripartenza dopo anni di stasi durante i quali era difficile programmare una strategia per la mancanza, in Italia ed Europa, di una chiarezza, a livello sistemico, su quelli che erano gli obiettivi macro

Ciò incide molto in tale settore, perché spesso nel CleanTech quello che conta è anche la politica industriale e ambientale scelta, che privilegia e sovvenziona alcune strade rispetto ad altre. 

Lo abbiamo visto con la plastica biodegradabile, che avrebbe avuto meno successo senza un intervento del legislatore volto a privilegiare i prodotti meno inquinanti. 

Oggi, grazie a una maggiore sensibilità europea in questo tema, le cose stanno cambiando. Arriveranno molte risorse e stiamo tornando a interessarci di più a questo mondo. 

A proposito di Europa e Italia, molti protagonisti dell’ecosistema degli investimenti affermano che il nostro Paese sta chiudendo il gap con gli altri nell’ambito del Venture Capital. Risulta anche a voi?

Francamente non mi sento di dire che stiamo chiudendo il gap. Quello che è vero è che stiamo crescendo, cosa importante e positiva, ma gli altri ecosistemi stanno facendo lo stesso, e quindi la distanza rimane importante. 

Dobbiamo perseverare e fare di più. 

A livello sistemico pensa debba avere un ruolo il settore pubblico?

Credo di sì, e devo dire che in questo momento sta venendo impersonato in modo concreto da CDP (Cassa Depositi e Prestiti). Ha un ruolo fondamentale, e penso sia importante che continui ad averlo. 

È necessario, però, attirare anche capitale privato. Quello che è arrivato, del resto, sta iniziando ad avere ritorni importanti. 

Ciò che ancora manca all’appello è il risparmio previdenziale, che è stato il motore del Venture Capital negli Stati Uniti. In Italia siamo ai primi passi da parte di poche istituzioni illuminate. Vi sono grandi potenzialità, sia perché le masse di capitali sono importanti, sia perché le tempistiche di questo risparmio, di lungo periodo, in fondo sono simili a quelle del Venture Capital stesso, anch’esse piuttosto estese. 

Come ultima domanda vorrei chiederle: se si trovasse davanti un imprenditore di una startup in fase Seed che consiglio darebbe per renderla appetibile a un fondo come Indaco? 

Innanzitutto io credo sia fondamentale l'ambizione, pensare in grande, la volontà di creare qualcosa di importante che cambi il proprio segmento di mercato.

Per farlo si deve essere pronti ad associarsi ad altre competenze, diverse da quelle del fondatore, per creare una squadra forte. È difficile che un’impresa che entra nel mondo Venture sia una “one man band”. 

Poi si deve essere capaci di rispondere in modo innovativo ai bisogni del mercato, ma soprattutto di sostenere nel tempo il vantaggio competitivo che si ha

Quello che noi raccomandiamo, in sostanza, è di possedere queste tre qualità: saper pensare in grande, creare un vantaggio sostenibile, e costruire una squadra all’altezza.

Non è facile, non è un caso che non ce la facciano tutti. Sono fondamentali la tenacia e la capacità di non mollare.

Grazie mille dottor Turco

Grazie a lei


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