Amedeo Giurazza (CEO di Vertis): “Il mercato del Venture Capital è dinamico, ma dobbiamo favorire le exit verso corporate italiane”

Gianni Balduzzi 17/06/2022

Società di Gestione del Risparmio fondata nel 2007, Vertis è l’unica del Mezzogiorno, e, raccogliendo gli investimenti di soggetti qualificati, partecipa con i propri fondi a progetti di imprese e startup del territorio.

Abbiamo voluto incontrare il suo amministratore delegato e fondatore, Amedeo Giurazza, per comprendere meglio l’andamento del mercato del Venture Capital e del Private Equity nel Sud e in Italia in generale e cosa sarebbe opportuno fare per farlo crescere quantitativamente e qualitativamente.

Buongiorno dottor Giurazza, grazie di aver accolto il nostro invito per questa intervista. Vorrei chiederle come prima cosa come è nata Vertis e perché l’ha fondata proprio a Napoli e non a Milano dove è la maggioranza delle società di questo tipo?

Innanzitutto perché io sono di Napoli. Ho cominciato come agente di cambio nella Borsa Valori di Roma, ho trasformato la mia attività in S.I.M (Società di Intermediazione Mobiliare), e oltre alla sede di Roma e di Napoli ne ho aperta una anche a Milano, Ho poi venduto la società, che aveva oltre 50 dipendenti, a un gruppo bancario, e ho cominciato l’attività di Private Equity, lanciando, assieme a una SGR del Nord un fondo per il Sud che ho gestito fino al 2006. 

Fu allora che decisi di fondare Vertis, e l’ho fondata a Napoli, la mia città, nonostante abbia vissuto a Roma e lavorato a Milano. Mi è sembrata un’opportunità interessante insediarla in una località dove non c’era alcun operatore di Private Equity e Venture Capital fino a quel momento. 

Nel 2008, con Vertis SGR, è partito il primo fondo di Private Equity e nel 2009 il primo di Venture Capital. Oggi ne gestiamo 2 di PE e 5 di VC. Nel 2014 abbiamo aperto la sede di Milano anche se l’headquarters rimane sempre a Napoli

Come vanno le attività di Private Equity e Venture Capital nel Mezzogiorno? Secondo i dati di Aifi solo una minoranza degli investimenti hanno luogo qui, anche se la crescita è superiore alla media nazionale

Intanto dobbiamo distinguere tra Private Equity e Venture Capital. 

C’è una crescita in entrambe le aree, ma per quanto riguarda il Private Equity, che riguarda di solito aziende sul mercato da anni, e profittevoli, vi sono minori opportunità al Sud, a causa anche di una mentalità meno aperta, un numero inferiore di imprenditori disposti a fare entrare investitori nel capitale della propria azienda. Nonostante ciò qualche operazione si fa, poche, ma ce ne sono.

Diversamente il Venture Capital va meglio, vi è molta voglia di intraprendere, molti giovani e meno giovani che fanno impresa. La Campania è la terza regione italiana per numerosità di startup innovative, dopo Lombardia e Lazio. 

E a differenza che in queste aree, dove si assiste a una grandissima concentrazione delle attività nel capoluogo, a Milano e Roma, in Campania vi è maggiore diversificazione, e sono dinamiche anche altre città oltre a Napoli, come Salerno.

Vi sono molte operazioni di VC, magari più seed, certo, ma le iniziative non mancano.

In quali settori vi sono più operazioni? 

Un po’ tutto. Sicuramente l'aeronautica, grazie alla presenza del distretto campano, poi il foodtech, e in generale tutto il digitale.

Lei è ottimista sul fatto che da investimenti di seed si possa passare nel medio periodo a investimenti di tipo series A o series B anche nel Mezzogiorno, così da limitare le differenze con il Nord?

Come c’è una profonda differenza tra Paesi europei come Germania, Francia, Inghilterra e l’Italia, così permane tra Nord e Sud, è inutile nasconderselo. 

Vi è nel Settentrione una maggiore propensione alla creazione di impresa, più distretti tecnologici, politecnici, hub, anche tanti business angel e investitori, un ecosistema più ricco, ed è più difficile che fondi del Nord vengano nel Mezzogiorno, magari in aree di provincia, a conoscere startup locali. 

Il deal flow è però interessante anche al Sud e si sta formando un buon ecosistema anche qui.

Ci sono possibili interventi legislativi o a livello di incentivi che potrebbero essere messi in atto per favorire gli investimenti nel Sud, oltre a quelli già attuati, secondo lei?

Già ve ne sono, e Cdp Venture Capital sta facendo molto per il Mezzogiorno, vi è un fondo specifico per il Sud, che ha già investito, credo, più di 70 milioni, e stanno nascendo diversi incubatori e acceleratori della rete di CdP. 

Quindi la sua opinione sull’attività di cassa Depositi e Prestiti è positiva, mi par di capire

Molto positiva. Il motivo è che per nostra fortuna CdP Venture Capital è composta da manager, dal Ceo agli analisti, di grande competenza, che vengono dal mondo delle imprese o della consulenza e che sanno cosa fanno. 

Ci si sarebbe potuti aspettare da un operatore pubblico riciclati senza capacità, invece vi sono persone che sanno fare selezione e investimenti, che hanno una visione  e per questo stanno facendo un ottimo lavoro. 

Stanno facendo quell’opera di perequazione tra le diverse aree del Paese che sarebbe l’obiettivo del settore pubblico

Esattamente. Se vogliamo parlare di vere proprie misure o incentivi ce ne dovrebbero essere di mirati alle exit, e non dedicati a una particolare area geografica. 

Si dovrebbe favorire, anche fiscalmente, l’acquisizione di startup da parte di grandi corporate del nostro Paese. 

I capitali ci sono, stanno crescendo, come le startup, il matching tra domanda e offerte in questo mondo c'è, ma il problema è l’exit. Quando la startup è cresciuta deve essere ceduta e per creare un mercato secondario in cui si scambino le quote di queste imprese si devono incentivare le grandi aziende per invogliarle comprare una parte o tutta una startup. 

In questo modo si favorirebbe anche la permanenza in Italia dell’innovazione che è stata sviluppata, altrimenti il pericolo è che le exit si riducano alla vendita all’estero delle startup italiane, a fondi o grandi corporate straniere.

Mancano da noi anche operatori che facciano round da 50-100 milioni, fondi che si occupino di round B o C. 

Inoltre, andrebbero estesi i vantaggi fiscali agli investitori professionali. CdP Venture Capital, infatti, è un cornerstone investor di molti fondi di Venture Capital, ma immette capitali solo se vi sono anche altri a farlo, generalmente investitori qualificati con molte risorse, fondi pensione, assicurazioni, banche, fondazioni bancarie, ecc. Questi soggetti dovrebbero quindi essere incentivati come già avviene per i privati, ma senza l’imposizione di un massimale.

Sulla base della sua esperienza cosa raccomanderebbe a una startup agli inizi? Quali sono i fattori che dovrebbe considerare più importanti? Quali errori non fare?

i giovani imprenditori che fondano una startup devono avere una competenza specifica nella propria area, non improvvisare.

Un altro elemento fondamentale è la focalizzazione e il commitment: devono alzarsi la mattina e andare a letto la sera pensando alla startup, senza farsi distrarre da altro né avere doppi o tripli lavori. 

E invece capita spesso che abbiano più lavori

È uno dei motivi per cui le scartiamo

Uno studio americano infatti afferma che le startup più profittevoli sono quelle in cui i fondatori si danno uno stipendio e non sono costrette a svolgere altre professioni

È giusto, e allo stesso tempo dobbiamo dire che la remunerazione deve essere adeguata, non eccessiva. A volte alcuni imprenditori chiedono stipendi faraonici. Penso, invece, che debbano poter vivere bene, senza preoccupazioni, ma il vero guadagno deve essere l’exit che conseguiranno assieme al fondo che ha investito in loro.

Grazie mille dottor Giurazza

Grazie a voi


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