Il necessario passaggio da uno Stato banchiere a uno investitore

Gianni Balduzzi 21/10/2021

La crisi economica scatenata dalla pandemia ha inaugurato in Europa, e non solo, un’inattesa fase di interventismo statale. Il crollo del Pil e l’impossibilità di consumare e investire ha reso necessaria un’azione sostitutiva da parte del settore pubblico. 

Nel complesso, come ha calcolato la Bce, l’impegno finanziario dei governi è stato enormemente superiore a quello del 2009, in occasione dell’altra crisi, quella seguita al fallimento di Lehman Brother, del resto molto diversa da quella del 2020. Se allora lo stimolo fiscale era stato mediamente dell’1,5% del Pil, l’anno scorso è stato superiore al 4%. Un divario che nel caso dell’Italia è stato anche più ampio. Nel nostro caso si è passati da meno dell’1% del Prodotto Interno Lordo al 5,5% circa. 

Solo i governi maltesi, austriaci e lituani hanno sulla carta speso più di quello italiano. 

Tuttavia quello che veramente distingue l’azione dei vari Paesi è l’aspetto qualitativo, ovvero come questi sono intervenuti, con quale strumento, con quali target.

Il ruolo delle garanzie al credito nella risposta alla crisi pandemica

In generale la tipologia di misura più gettonata, quella che ha attirato la maggioranza relativa dei fondi impegnati per combattere la crisi, è stata il supporto alle imprese, in senso lato, seguita dal finanziamento del sostegno delle politiche occupazionali, come la cassa integrazione. 

Un ruolo importante lo ha ricoperto anche l’incremento della spesa per la sanità, naturalmente, e altri interventi soprattutto di emergenza per chi era rimasto senza redditi. Solo una parte minuscola, tuttavia, come si può vedere, è stata rappresentata da investimenti

Fonte: Bce, interventi di sostegno dei governi Ue nel 2020

Questo a livello europeo.  Tra Paese e Paese vi sono state differenze che in fondo riflettono i divari strutturali e a livello di mentalità tra uno Stato e l’altro. 

L’Italia per esempio si è distinta per il varo del programma di garanzie al credito più vasto del Continente. Ha messo in campo 579 miliardi potenziali complessivi a copertura di crediti delle imprese, una grandezza corrispondente al 32,1 del Pil, superando così Paesi per altri versi solitamente più interventisti come Germania e Francia, che si sono fermati rispettivamente al 24,3% e al 14,2%. 

Fonte: Bce, garanzie sul Pil, 2020

Secondo i dati di Banca d’Italia a inizio ottobre erano state ben 2.480.719 le richieste di garanzie giunte al Fondo apposito del Mediocredito Centrale (Mcc) da febbraio 2020, per un totale di 202,4 miliardi di euro. A questi si aggiungevano 28,8 miliardi di prestiti garantiti nell’ambito di “Garanzia Italia”, di Sace. Se consideriamo anche i 113 miliardi di crediti di Cassa Depositi e Prestiti, naturalmente in aumento con la pandemia, nonché gli 81,3 miliardi di crediti di Monte dei Paschi di Siena, del resto controllata al 68,2% dal Tesoro, i 13 di Mcc stesso ad altri debitori, e altro ancora, la Repubblica Italiana si configura come un vero e proprio soggetto bancario alla pari con i maggiori del nostro Paese. 

Con la differenza che a differenza di questi lo Stato ha fatto dipendere il proprio modus operandi da criteri diversi, naturalmente non dettati dall’efficienza, e ora si ritrova “in pancia” molti più crediti deteriorati.

In parte certamente nel mezzo dell’emergenza pandemica è parso un gesto obbligato fare uso di garanzie e di moratorie. E tuttavia questo comporta una serie di problemi.

Il pericolo del moral hazard

Innanzitutto vi è anche in questo ambito come in altri il tema del moral hazard. L’azzardo morale in questo caso rappresentato dalle banche che, vista la presenza della garanzia statale, tenderebbero a concedere crediti che altrimenti rifiuterebbero. Più rischiosi, con la conseguenza di un maggior costo per la collettività. 

Qualcosa di simile in fondo accade con il principale bonus concesso nell’ultimo anno e mezzo, quello al 110% sulle ristrutturazioni. Anche alla luce dei recenti aumenti delle materie prime clienti e aziende sono spinti ad accordarsi per costi più alti, che tanto saranno pagati dal settore pubblico.

Beninteso, la spesa pubblica in un periodo di crisi è necessaria, soprattutto quando vi è un fattore esterno che per forza di cosa costringe a misure anti-cicliche che interrompano il circolo vizioso di bassa domanda - blocco degli investimenti - calo dei redditi - bassa domanda. 

Il punto è che questa, se avviene tramite garanzie o bonus e incentivi come l’Ecobonus servono solo a salvare, prima, e a conservare e perpetuare, poi, l’esistente.

Non aiutano l’emergere di nuovi settori, a maggior valore aggiunto, solo indirettamente stimolano investimenti in nuove tecnologie, questo in un Paese che deve il proprio declino, ovvero la distanza tra il proprio tasso di crescita e quello dei vicini all’avere saltato la rivoluzione informatica che si è svolta in altri lidi.

Il gap strutturale a livello di investimenti da colmare

E in un Paese in cui tradizionalmente le aziende non hanno mai potuto godere dello stesso livello di investimento, in termini di equity per esempio, di quelle delle concorrenti estere, che di conseguenza hanno sempre usato maggiormente la leva finanziaria, con i debiti che prima del Covid erano già il 61% del patrimonio netto, e che ora sono risaliti.

Con uno Stato che a differenza di altri e a differenza di quello che alcuni pensano non è mai stato molto presente, almeno da questo punto di vista. Tanto che se in Germania e in Francia la presenza pubblica in capitali e quote di fondi di investimenti arriva a rappresentare il 22% e il 24,9% del Pil, in Italia si ferma al 10,2%. Solo Irlanda, Slovacchia e Bulgaria presentano numeri inferiori. 

L’intervento del settore pubblico nell’economia è necessario se effettuato non per assecondare lo spirito di autoconservazione di chi non vuole innovare, non per salvare ciò che non può essere più salvato o per fare concorrenza all’iniziativa privata in un ambito in cui è presente e produttiva, ma per introdurre tecnologie complesse e innovative che le imprese da sole non potrebbero, sviluppare da sole, perlomeno in un’economia media come la nostra. E soprattutto all’inizio, nella fase in cui sono necessari fortissimi investimenti, il know how non è ancora presente, e gli utili stentano a vedersi. 

Si tratta di situazioni che si sono presentate in passato nel settore aerospaziale, energetico, nell’ITC. 

E se l’Italia è indietro in questo a livello europeo, l’Europa a sua volta si trova a inseguire le altre economie a livello mondiale. Da sempre la Ue investe meno degli Stati Uniti, e dal 2008 anche meno del Regno Unito. 

Per questo motivo Next Generation Eu ha rappresentato una rinfrescante novità per tutti, non solo per l’Italia. Ma può non bastare, non solo perché è poco rispetto a quanto hanno messo in campo per esempio gli americani, ma soprattutto perché sarà limitata nel tempo. 

La sfida della transizione climatica e tutta l’economia spaziale che sta nascendo (soprattutto oltreoceano, tuttavia, non a caso) richiedono un ruolo centrale duraturo dello Stato. 

Che non significa spiazzare l’iniziativa privata, che sia rappresentata da grandi o piccole aziende. La nascita di settori ad alta produttività produce anzi un humus indispensabile per lo sviluppo di innovazione bottom-up, come quella delle startup. Non è un caso che queste prosperino proprio dove gli Stati investono. 

Soprattutto per il fenomeno dello spillover, ovvero del riversamento di competenze da grandi realtà affermate nel nuovo settore in piccole imprese innovative che tendono a perfezionare l’innovazione, realizzare ampliamenti dei servizi e dei prodotti a essa collegati. Le startup di maggior successo in fondo sono state proprio quelle fondate da lavoratori e manager di medie e grandi corporation nel settore IT o nella finanza. 

Ora si deve fare in modo che tali grandi imprese-guida nei nuovi settori del futuro vengano fondate, e l’aiuto pubblico è indispensabile.


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