Gioacchino Garofoli (Università dell'Insubria): non servono incentivi, ma una politica industriale pubblica

Gianni Balduzzi 15/10/2021

Il professor Gioacchino Garofoli, ordinario di politica economica presso la facoltà di economia dell’università dell’Insubria, nella sua lunga esperienza ha insegnato anche presso gli atenei di Pavia, di Bari, al Politecnico di Bari e al IUAV di Venezia. 

Esperto di economia industriale e regionale, è stato tra i primi in Italia a studiare il fenomeno dei distretti, dal loro emergere al successo che hanno avuto come modello di sviluppo economico e sociale. 

Abbiamo voluto incontrarlo per capire cosa è rimasto dei distretti stessi, gli errori che sono stati compiuti, le scelte che oggi possono essere effettuate a livello di politica economica

Buongiorno professor Garofoli, grazie per averci incontrato, la prima domanda che vorrei farle è: che fine hanno fatto i distretti?  

Innanzitutto dobbiamo dire che i distretti non sono stati capiti. Colleghi francesi si sono chiesti come mai queste imprese siano così più brave e capaci di quelle dello stesso settore in Francia, così come perché nonostante la crisi della nostra economia avessimo un surplus commerciale, come pochissimi altri Paesi europei. 

Quello che ho dovuto spiegare è che c’è un terzo dell’Italia che funziona, che è composto dalle medie imprese e dai distretti industriali, che del resto si sovrappongono abbastanza. Il problema è costituito dagli altri due terzi che sono una zavorra, e zavorra sono spesso anche diverse grandi aziende. 

Molti grandi gruppi che producono beni di altissima qualità, del lusso per esempio, stanno facendo investimenti e costruendo impianti spesso green proprio nei distretti italiani, da Valenza al Cadore alla Riviera del Brenta, in Toscana e nelle Marche. 

Possiamo quindi dire che sono ancora vitali?

Sono vitali, ma allo stesso tempo hanno anche cambiato pelle, perché c’è stata la globalizzazione. 

Cosa è accaduto?

A un certo punto non si è più voluto capire dov’era il vantaggio del distretto, cosa che invece molte multinazionali hanno compreso, riprendendo a inviare commesse verso aziende più piccole, dove c’erano e ci sono le competenze, i saperi, l’innovazione, e spesso anche la creazione di tecnologia, come nel caso del distretto del mobilio nelle Marche. 

I distretti d’altronde rappresentano secondo me più un modello di sviluppo che di economia industriale. E i loro fattori di competitività sono costituiti non dal costo del lavoro ma dalla qualità del lavoro stesso. 

Da 30 anni circa si pensa che invece l’elemento più importante sia proprio il costo del lavoro, ma tale modo di intendere l’economia va in direzione contraria al modello del distretto.

Dobbiamo sapere che quando all’Italia prima del 1992 veniva permesso di svalutare la lira, non veniva consentito di svalutarla in modo da colmare tutto il differenziale di inflazione, e quindi di fatto si trattava di una rivalutazione reale, e nonostante questo l’Italia aumentava le quote di mercato, e gli ordini arrivavano ai distretti in quantità impressionante, superando la capacità produttiva che era limitata, con un mercato del lavoro sostanzialmente saturo, visto che non era funzionato il progetto trasferimento di lavoratori dal Mezzogiorno ai distretti del Centro-Nord. 

Che del resto era a mio avviso una mossa sbagliata, visto che piuttosto la politica avrebbe dovuto favorire l’upgrading delle imprese e delle filiere, l’upgrading delle capacità professionali, così da stimolare l’innovazione. Per esempio mettendo insieme il lavoro artigianale con l’organizzazione produttiva scientifica e tecnica. 

Sono stati fatti quindi fatti errori, quali altri nello specifico?

I problemi sono stati su tre fronti. Uno è rappresentato dal rapporto tra ricerca e industria, uno da quello tra scuola e lavoro, che è molto più stretto in altri Paesi, come Francia e Germania, e il terzo è quello tra impresa e internazionalizzazione

A suo tempo avevo proposto di realizzare con l’Ice progetti di assistenza e appoggio su questo tema rivolti non verso la singola azienda, non verso il settore, ma proprio verso singoli distretti. Per portare al loro interno alta formazione, aiutarli a inserirli nelle filiere ad alta produttività e a puntare alla qualità, e non a competere sul costo del lavoro, perché questo era ed è assurdo. Neanche negli anni ‘80 l’Italia competeva su questo. 

Eppure in moltissimi hanno fatto questo errore, puntare all’abbattimento del costo del lavoro, delocalizzando

Perché a suo avviso si è sbagliato

Perché politici, dirigenti, imprenditori non ascoltano, non ragionano sul sistema economico, ascoltano le frasi fatte, i cliché del momento, non interessa loro la politica industriale. 

I miei progetti di cui dicevo alla fine sono saltati per aria. Non sono state create esternalità positive nei distretti, non c’è stata collaborazione con le università per esempio. In queste ultime moltissimi professori non sanno neanche che tra le missioni degli atenei vi è anche lo sviluppo economico e sociale del territorio

Ci sono esempi positivi, per esempio l’università di Modena e Reggio Emilia ha collaborato con quel grande cluster dell’automotive e della componentistica innovativa di alto pregio, legato alla produzione di auto di lusso.

Invece, per fare capire la miopia di molti soggetti in Italia, nel periodo precedente all’ingresso del Vietnam nel Wto, università, ministeri, associazioni delle imprese vietnamite mi avevano chiesto di fare da loro “ambasciatore” in Italia per convincere le controparti italiane a fare cooperazione economica. Ma la cosa non è andata in porto perché nel nostro Paese mi si diceva che il reddito pro capite lì era troppo basso, non c’era domanda, non c’era export italiano. Non avevano capito nulla, ora il Vietnam è invece pieno di imprese tedesche. 

C’è un grande analfabetismo economico nel nostro Paese, anche da parte degli addetti ai lavori. Per questo è importante la formazione continua. Basta guardare, ripeto, alla diffusione della convinzione che per competere si debbano abbattere i salari, quando è evidente che invece aziende svizzere, per esempio, che pure pagano i lavoratori due volte e mezzo che in Lombardia riescono a vincere la concorrenza italiana grazie alla qualità. 

E così manca spesso anche la responsabilità sociale delle imprese verso lo sviluppo del territorio, verso la società. 

Chi ha fatto maggiormente gli errori di cui abbiamo parlato?

Devo dire che li hanno fatti un po’ tutti, i primi sono stati i pugliesi, che sono andati a produrre di fronte, in Albania, e poi i marchigiani, i veneti, i lombardi. 

Se non si radicano sul territorio le imprese, non si radicano le competenze e i saperi è difficile ci sia sviluppo economico. 

Ma anche se si vuole fare, come si deve, politica industriale questa non può essere fatta attraverso interventi erga omnes, o incentivi. A volte sembra che le proposte vengano fatte dai commercialisti invece che dagli economisti.

Per i distretti non c’è bisogno di incentivi fiscali o finanziari, ma fare lavorare insieme competenze diverse. Si deve tornare a una programmazione economica, come si faceva un tempo. 

Ho studiato in particolar modo il contesto marchigiano. Dove, come altrove, non si riesce a individuare come veniva fatto una volta chi ha competenze e capacità, tra i giovani, per inserirsi all’interno del mondo delle imprese. 

Cosa pensa del Pnrr appena varato professor Garofoli?

Riguardo a questo quello che posso dire è che si deve creare una collaborazione pubblico-privato, che realizzi investimenti allo scopo di costruire filiere nei settori strategici. Anche qui non possono bastare gli incentivi, ci vogliono proprio gli investimenti, appunto. Che, se effettuati dal settore pubblico, poi trainano anche quelli privati, oltre a fare da moltiplicatore del reddito. 

E aumentare il reddito e i consumi stimola a sua volta altri investimenti. 

I settori strategici su cui investire, con consorzi europei, non mancano, e noi abbiamo delle aziende pubbliche che possono servire allo scopo, non sono tutti carrozzoni. Possono aumentare la domanda interna veicolandola proprio verso i settori più innovativi.

Grazie mille professor Garofoli

Grazie a voi


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