Il Private Debt si afferma, nel 2021 +92% la crescita in Italia di quello “core”

Gianni Balduzzi 13/05/2022

Non tutte le imprese desiderano o ritengono vantaggioso e strategico accogliere nella propria compagine societaria nuovi soggetti, per esempio attraverso operazioni di Venture Capital o Private Equity. Soprattutto in Italia, in cui tradizionalmente le aziende, e in modo particolare le Pmi, sono state sempre più propense a utilizzare la leva finanziaria.

Strutturalmente il livello del rapporto tra il debito lordo consolidato e il valore aggiunto, sempre lordo, delle imprese non finanziarie italiane è sempre stato dal 2003 in poi superiore a quello medio della zona euro, secondo i dati della Bce. Ha toccato un massimo di poco meno del 200% nel 2012, cominciando a scendere dal 2015 in poi, in una fase di risanamento che ha portato anche al rafforzamento dell’ecosistema italiano. 

L’indebitamento sul valore aggiunto si è però confermato essere di qualche punto più alto di quello prevalente nei Paesi dell’Eurozona anche negli ultimi anni caratterizzati dall’emergenza pandemica, con un gap che, per esempio, nei confronti delle aziende tedesche è stato di circa 40 punti.

La crescita dell’indebitamento con il Covid, un’occasione di sviluppo per il Private Debt 

Il Covid, appunto, ha rappresentato un momento di brusco cambiamento, anche e soprattutto per le imprese, che di fronte all’impatto delle chiusure e dei lockdown si sono trovate costrette a ricorrere più che nel recente passato ai finanziamenti esterni. Costrette e incentivate da una serie di agevolazioni e garanzie offerte sia dallo Stato che dagli istituti di credito. 

Nel 2020 i debiti finanziari delle Pmi erano del 20,8% superiori a quelli del livello benchmark del 2007, un dato importante se consideriamo che solo nel 2018 non si registrava una grande variazione rispetto ai numeri di 15 anni fa.

Gli aiuti, diretti o indiretti, del settore pubblico sono tuttavia stati a tempo, e le banche sono sempre più attente a non ritrovarsi colme di Npl (Non Performing Loans) come durante la crisi del 2011-2013, di conseguenza sono estremamente prudenti nell’erogare prestiti, in particolare alle realtà più piccole.

L’esigenza di finanziarsi tuttavia rimane, ed è in questo frangente che entra in gioco il Private Debt, uno strumento che, alla pari del Venture Capital e del Private Equity, coinvolge nuovi attori nell’opera di rafforzamento dell’ecosistema economico.

Nel 2021 6 miliardi investiti nell’ambito del Private Debt in Italia

Si tratta dell’attività di finanziamento di imprese da parte di fondi appositi, di società di investimento, ma anche di privati, attraverso per esempio piattaforme di digital lending.

Le forme in cui le operazioni di Private Debt possono avere luogo sono diverse. 

Dal punto di vista dell’azienda che riceve il credito può beneficiare di un finanziamento diretto oppure dell’acquisto di obbligazioni emesse allo scopo. 

Da quello del soggetto che svolge l’operazione vi è più varietà.

Vi è l’attività “core”, che riguarda gli investimenti in securities o in direct financing, che nel 2021 sono ammontate complessivamente a due miliardi e 214 milioni. 

Esistono poi le già citate piattaforme, che, come avviene dal lato equity, raccolgono ed erogano credito molto spesso con la modalità del crowdfunding, coinvolgendo i risparmiatori. Naturalmente in questo caso le cifre sono normalmente più ridotte, l’anno scorso è stato di 689 milioni il giro d’affari totale in Italia. 

Un miliardo e 447 milioni sono stati versati nel segmento del cosiddetto “Distressed debt”, ovvero quel credito che presenta profili di inadempienza. Si tratta di Npl (Non Performing Loans) o Utp (Unlikely To Pay), che ovviamente hanno un rischio molto alto, ma che, come sempre accade in questi casi, possono garantire alti rendimenti se vengono rimborsati.

Vi è anche un miliardo e 658 milioni di attività bancaria che è assimilabile per varie ragioni al Private Debt. 

Sommando tutte queste tipologie questo mercato nel 2021 ha raggiunto nel complesso un ammontare di circa 6 miliardi di euro. 

L’evoluzione nel tempo, il boom degli investitori individuali

Se consideriamo il Private Debt classico, quello “core”, siamo di fronte a enormi progressi. L’anno scorso secondo il report di Aifi e Deloitte la raccolta è passata dai 551 a 987 milioni, e gli investimenti da un miliardo e 153 milioni ai già citati 2 miliardi e 214 milioni. Si tratta di una crescita del 92%. 

In aumento, pur se a un ritmo inferiore, anche le operazioni, salite da 215 a 275, e le società che le hanno realizzate, da 127 a 142.

Questo apparentemente significherebbe che ogni singola operazione ha avuto mediamente un taglio più grande che nel 2020. Non è così, in realtà, anzi. Sono aumentate, arrivando al 79%, quelle tra 0 a 5 milioni, ma il grande incremento del 2021 è stato dovuto al fatto che sono passate da 2 a 6 quelle superiori a 100 milioni.

Non si è trattato, però, di un mero recupero dopo lo stop imposto dalla pandemia. I volumi sono in netta crescita anche rispetto al periodo pre-Covid. Nel 2019, infatti, la raccolta era stata di 386 milioni e gli investimenti di un miliardo e 304 milioni, e in precedenza i numeri erano stati anche minori.

Il dato più importante però è forse quello qualitativo, in particolare sulla raccolta: se nel 2020 la maggioranza relativa, il 46%, era pervenuta tramite le assicurazioni, e il 30% via fondi istituzionali, nel 2021 il canale più utilizzato è stato quello degli investitori individuali, che hanno versato il 25% dell’ammontare complessivamente raccolto.

Uscendo dal mercato “core” è, invece, decisamente al ribasso il segmento distressed debt. Nel 2020 ammontava a 2 miliardi e 445 milioni, circa 1,1 in più che nel 2021.

Il 51% dei finanziamenti va in progetti di sviluppo

Ma cosa viene fatto con questo credito? La gran parte di quello “core”, il 51%, viene utilizzato per stimolare progetti di sviluppo, di crescita dell’azienda che riceve il denaro. 

Il 37%, invece, è diretto al finanziamento di operazioni LBO (Leveraged BuyOut), ovvero di acquisizione di un’azienda. Qui sono spesso coinvolte società di Private Equity, che quindi svolgono i BuyOut con l’aiuto del Private Debt. 

Vi è poi una quota residuale dell’11% rappresentata dal rifinanziamento di un debito già esistente.

In sostanza il Private Debt si affianca, senza essere alternativo, bensì complementare, a tutti gli strumenti di finanza alternativa che si stanno affermando per agevolare l’opera di sviluppo e rafforzamento delle imprese. Rappresentano, tutti insieme, una forma di diversificazione vitale in un’epoca in cui le crisi, lo stiamo vedendo, si succedono a breve distanza le une dalle altre, limitando questa o quella modalità di finanziamento o capitalizzazione. 

Nel Paese che più di ogni altro in Europa è caratterizzato dalla presenza di micro e piccole aziende con cronici problemi di reperimento di capitali e di cassa ne abbiamo un bisogno vitale. 

 


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