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Le startup hanno bisogno di un ecosistema per crescere nel XXI secolo

Gianni Balduzzi 23/10/2020

Ecosistema è un termine che viene usato di frequente quando si parla di startup e di aziende innovative. È effettivamente azzeccato, e andrebbe usato di più riguardo a tutte le imprese. Le innovazioni e l’imprenditorialità che le trasforma in servizi e prodotti per la società non nascono da sole, neanche il genio di un inventore o di un imprenditore visionario può bastare, se non vi è un contorno di condizioni adatte che li favorisce, in termini di legislazione, incentivi, competenze, istruzione, capitale sociale, e se non c’è un sistema riesce a mettere insieme tutti questi fattori. 

Per questo anche se l’inventiva e il talento personale si distribuiscono uniformemente nel mondo, le differenze economiche e quelle a livello di possibilità di creare imprese e farle crescere tra Paese e Paese sono enormi. E non scontate

Meno tasse e costi minori contano, ma sono solo l’inizio

La Banca Mondiale per esempio ha realizzato un indice dei Paesi in cui è meno costoso fondare una nuova azienda, una startup, in termini percentuali sul Prodotto Nazionale Lordo pro capite. Ai primi 10 posti un parterre piuttosto eclettico: con Irlanda, Regno Unito, Danimarca, Slovenia, Nuova Zelanda, Paesi tra i più avanzati al mondo anche in altre classifiche economiche e non, vi sono anche Slovenia, Romania, Sudafrica, Kazakhstan. In tutti questi l’incidenza dei costi è inferiore allo 0,5%. In Italia si arriva al 14,1%. 

Eppure non sono Bucarest e Johannesburg il paradiso delle startup a livello mondiale, per quanto siano aree in crescita.

Se osserviamo infatti un altro indice della World Bank, quello relativo alla facilità di fare business, intesa come assenza di eccessivi vincoli e presenza di regolamentazioni chiare vediamo che al primo posto con  86,8 punti su 100 vi è la Nuova Zelanda, seguita da Singapore, Danimarca, Hong Kong, USA, Regno Unito, Corea del Sud, e poi altri Paesi nordici come Norvegia, Svezia, Estonia. Nel caso di alcuni Paesi, Nuova Zelanda, Danimarca, Regno Unito le due classifiche appaiono simili, in altri no. E anzi, nella seconda entra la Corea, Paese in cui il costo di avviamento di una startup è addirittura superiore che in Italia, del 14,6% sul PNL pro capite.

Questo perché non basta abbattere i costi, eliminare bolli, azzerare le tasse, è utile, certo ma la questione è più complessa, a essere decisivo è la presenza di una burocrazia efficiente, di uno Stato organizzato che sappia agevolare e in questo modo incentivare l’imprenditore, rispondere in tempo ai quesiti delle imprese, che renda digitale la Pubblica Amministrazione, come per esempio fatto in Estonia. 

Il ruolo dell’istruzione e delle competenze, ma anche queste da sole non bastano

Una startup non è un’azienda qualsiasi. Perché un’impresa giovane abbia successo deve compensare l’inevitabile fragilità iniziale, innanzitutto finanziaria, con un contenuto di innovazione che la faccia crescere e che renda i suoi prodotti e servizi appetibili per il mercato. Intendiamoci, la competitività e l’innovazione sono importanti per tutte le aziende, ma per le startup molto di più. 

E allora entra in campo un ulteriore elemento che compone quell’ecosistema di cui una Pubblica Amministrazione efficiente e una tassazione non vessatoria sono solo una parte, l’istruzione.  

E non a caso tra i Paesi con il maggior numero di persone laureate all’inizio dello scorso decennio, e che quindi nei successivi 10 anni hanno avuto il capitale umano migliore, almeno sulla carta, ve ne erano alcuni già visti in cima ad altre classifiche, come Corea del Sud, Singapore, Irlanda, e poi un Paese che in realtà per altri indicatori non brillava, gli USA, che proprio con la qualità della propria istruzione terziaria compensa il fatto di non essere tra i primi altrove. Più del 25% della popolazione totale aveva un titolo universitario in questi Stati, contro il 6,8% italiano. 

Questi dati hanno una grande importanza perchè la grande maggioranza dei founder di startup è laureato o ha addirittura un dottorato, l’84,9% in Europa per Startupmonitor.eu. Con dei picchi oltre il 90% in Francia, uno dei Paesi europei più dinamici nel mondo delle startup, mentre Germania e Regno Unito sono comunque sopra la media.

Ma anche l’istruzione da sola non basta. Dopo Irlanda, USA, Singapore e Sud Corea erano Russia e Ucraina 10 anni fa i Paesi con più laureati al mondo, il 24,7% e il 24,6% della popolazione totale, un dato eredità della politica sovietica, eppure nel decennio successivo questi Paesi non sono diventati centri di innovazione e culla di startup.

Perchè appunto vi è l’efficienza dello Stato, la sua capacità di fare investimenti in formazione e ricerca, il grado di libertà dell’economia, non solo dagli eccessivi lacci e lacciuoli o dalle tasse, ma anche dalla corruzione. E poi i capitali.

Sono questi che rendono gli USA ancora oggi, nonostante i mille difetti e problemi, la patria delle startup, il luogo dove sono nate e cresciute le più celebri, divenute colossi nel corso degli anni, dove è sorta la Silicon Valley. Con un venture capital che corrisponde al 0,63% del PIL (e un PIL che è il più grande del mondo) sono al primo posto mondiale superando quei Paesi che invece li sopravanzano in altri ambiti, come Canada, Corea del Sud, Estonia, Finlandia, Regno Unito che per l’OCSE seguono, ma a distanza, con una percentuale compresa tra 0,1% e 0,2%. 

“You didn’t build that”

C’è una frase di Obama del 2012 divenuta celebre : “Somebody helped to create this unbelievable American system that we have that allowed you to thrive. Somebody invested in roads and bridges. If you've got a business, you didn't build that”. E’ stata usata dai suoi oppositori per lamentare il fatto che il presidente non si preoccupava degli imprenditori e anzi minimizzava il loro lavoro e il loro ruolo.

In realtà il senso voleva essere un altro, era l’affermazione di una verità fondamentale nel XXI secolo, che il contesto è fondamentale per la riuscita di un'impresa, e, noi possiamo dirlo, in particolare di una startup. Se questa vuole avere successo ha bisogno in primis, certo, dell’imprenditorialità e del talento dei suoi fondatori e di chi ci lavora, ma questi sono aiutati anche per esempio da un sistema educativo eccellente, in cui pure il pubblico sappia investire. 

E non solo, questi investimenti sono resi possibili solo da una macchina amministrativa e da uno Stato efficiente, che sappia costruire infrastrutture materiali (strade, ferrovie, reti di fibra ottica) e immateriali, il famoso capitale sociale, che include, lo stiamo dolorosamente vedendo, una efficiente gestione della sanità, per esempio. 

Tutti insieme tali fattori compongono l’ecosistema complesso che come l’humus sotto una pianta fragile deve essere presente ed equilibrato per farla crescere.


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