Mon Share Art, Candini: “Abbiamo creato una formula innovativa per semplificare l'accesso all'arte"

Redazione BacktoWork 29/03/2021

Un modello omnichannel che integra online e offline: il connubio tra piattaforma web ed alcune caratteristiche dei canali tradizionali è ciò che contraddistingue Mon Share Art, la startup che punta a rendere più accessibile e trasparente il mercato dell'arte. Insieme al co-fondatore Massimiliano Candini abbiamo discusso delle sue peculiarità e dei suoi obiettivi.

Di cosa si occupa la vostra startup e com’è nata l’idea di fondarla?

Mon Share Art è una piattaforma multicanale - dotata anche di una galleria virtuale - che offre la possibilità agli amanti dell’arte contemporanea di possedere opere d’arte esclusive in pochi semplici step, coniugando alcuni elementi tratti dal modus operandi dei player tradizionali e quelle che sono le modalità tipiche delle piattaforme online tout-court. L’idea è nata dalla constatazione dei limiti e delle lacune che avevano entrambi i modelli. Le gallerie tradizionali, escludendo i top players che hanno già un’impostazione da multinazionale e sono presenti in diverse parti del mondo, hanno infatti il limite di essere percepite come elitarie e non troppo accessibili e sono molto radicate sul territorio. Hanno inoltre difficoltà a proporre un portfolio di artisti internazionali e soprattutto a trovare nuovi clienti, anche perché prima della pandemia in poche avevano un proprio sito con e-commerce. Di contro le piattaforme online ambiscono ad una maggiore accessibilità, ma sono molto impersonali, danno meno importanza ad un discorso curatoriale o di consulenza e non permettono il contatto con l’opera d’arte

Di qui la necessità di elaborare un nuovo modello di sintesi tra tradizionale e digitale, che permettesse da una parte di osservare le opere dal vivo e dall’altra di intercettare nuovi fruitori e offrire agli artisti una visibilità internazionale, con l’obiettivo di eliminare le tipiche barriere d'accesso all’arte. Abbiamo quindi fondato la società a fine 2018 per poi iniziare le vere e proprie operazioni quasi un anno dopo con la partecipazione al Fuorisalone di Milano. Grazie all’appeal del nostro modello di business innovativo ed alla proposta curatoriale di livello siamo riusciti a prendere parte all’Art Basel week di Miami con la fiera Scope e all’Armory week di New York.

Qual è il vostro modello di business?

Il nostro modello si fonda su un approccio innovativo che consente di ampliare le opportunità sia per gli amanti dell'arte contemporanea che per gli artisti. Abbiamo combinato i punti di forza delle gallerie tradizionali e quelli delle piattaforme online: da un lato la nostra piattaforma è infatti molto efficiente, semplice da utilizzare e dotata di algoritmi che regolano le quotazioni delle opere abbattendo il pregiudizio di opacità che di solito caratterizza le gallerie, dall’altro l’utente ha la possibilità di fruire delle opere anche nella realtà osservandole ad eventi fisici come fiere internazionali, ma anche nei cosiddetti display spot, che consentono al collezionista di andare a vedere di persona alcune delle opere e agli artisti di acquisire una visibilità internazionale. In primo luogo abbiamo infatti esposto negli Stati Uniti e ora stiamo chiudendo un accordo importante in Cina con un concept store dedicato a libri ed arte di oltre 900 mq.

Mon Share Art

la "next generation gallery" nata per semplificare il mercato dell’arte

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Quali sono le vostre peculiarità?

L’elemento di maggior innovazione è stato quello di creare un modello molto sostenibile e flessibile: abbiamo creato una serie di asset che non comportano quei costi di gestione che sono tipici, per esempio, delle gallerie. Abbiamo registrato il marchio quasi in tutto il mondo e questo modello di business è replicabile tramite una formula di franchising. Siamo dunque il primo progetto al mondo in questo settore che offre la possibilità di svolgere l’attività di gallerista virtuale o di art dealer senza grandi investimenti iniziali. Con questa modalità forniamo un portfolio di opere immediatamente commercializzabili, la possibilità di esporre nella nostra galleria virtuale e tutta l’attività di back office, cosa che crea una formula scalabile e rivoluzionaria nel mercato dell’arte. Secondo i nostri programmi ciò dovrebbe facilitare un’espansione del network e un’affermazione molto più rapida del nostro brand rispetto ad una semplice piattaforma online o una galleria d’arte tradizionale. 

Un altro punto di rottura con i players tradizionali riguarda la composizione internazionale e inter-generazionale del nostro team. All’interno della nostra squadra sono presenti  giovani provenienti da diversi continenti che si affiancano a manager e imprenditori senior. Una integrazione che crea grande valore e che ci ha permesso di procedere abbastanza rapidamente nello sviluppo e che garantisce - sia come input portfolio che come output vendite - un qualcosa che gli altri concorrenti difficilmente riescono ad avere.

Come intendete utilizzare i fondi raccolti con la campagna di crowdfunding?

Dato che abbiamo già sviluppato un modello e una piattaforma con l’e-commerce e la galleria virtuale, gran parte delle risorse sarà investita in attività di marketing e l’obiettivo è quello di far conoscere il nostro brand soprattutto all’estero. I restanti fondi saranno suddivisi tra ulteriore sviluppo tecnologico e implementazione del team.

Qual è la vostra strategia di comunicazione?

Fino ad oggi non abbiamo speso e investito moltissime risorse nella comunicazione perché abbiamo dato priorità allo sviluppo del progetto in sé. Abbiamo avuto qualche press release spontanea, sintomo del fatto che il progetto ha attirato attenzione senza bisogno di sollecitazione. L’esigenza del crowdfunding è nata proprio perché dall’inizio abbiamo spinto il progetto quasi al suo massimo e ora è giunto il momento di intervenire per diffondere opportunamente la popolarità del brand

Un’altra modalità con cui ci siamo fatti conoscere è stata la partecipazione a fiere internazionali, occasioni che danno una visibilità non solo agli artisti e al brand, ma anche alla proposta di franchising su cui puntiamo molto. Al momento dovremmo presentare la nostra candidatura per Art Miami 2021, evento a cui avremmo dovuto prendere parte lo scorso anno, ma che è stato cancellato causa Covid. Dopo la campagna investiremo sui magazine e i social media.

La pandemia ha inciso sul vostro modo di lavorare?

Già prima della pandemia il settore artistico era interessato da una spinta verso il digitale e l’emergenza sanitaria ha accelerato tale fenomeno e dato delle conferme sulla bontà del nostro progetto: le vendite online nel settore sono infatti raddoppiate nel corso del 2020 rispetto all’anno precedente. Noi non abbiamo riscontrato grandi problemi e ne abbiamo approfittato per sviluppare il progetto e crescere. Anche perché per noi il 2020 è stato di fatto il primo anno di operatività e non possiamo dunque fare paragoni, in termini di fatturato, con il 2019. Abbiamo comunque portato a termine i programmi che avevamo in mente con l’eccezione della partecipazione ad eventi fisici. Essendo inoltre il nostro un business molto flessibile che può espandersi sull’offline o sull’online a seconda delle esigenze, durante la pandemia abbiamo potuto sviluppare molto la componente digitale tralasciando quella fisica. Quando la situazione si avvierà alla normalità, la parte offline del progetto tornerà a crescere in maniera naturale e a costituire una parte rilevante della nostra attività.


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