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Investire nello sport: i principali trend digitali da seguire nel 2021

Redazione BacktoWork 10/01/2021

Nonostante lo stop a molte attività causato dalla pandemia, lo sport rimane uno dei settori a maggior tasso d’innovazione. Investirci risorse nel prossimo futuro risulterà essere sempre più una scelta vincente.

Tra i tanti aspetti della vita quotidiana colpiti dalla pandemia di Covid-19, uno di quelli che ha subito il maggiore impatto è stato sicuramente quello dell’attività fisica e sportiva. Dalla chiusura di palestre e centri sportivi alla psicosi collettiva nei confronti dei runner, il 2020 è stato purtroppo un anno in gran parte da dimenticare per gli appassionati del benessere fisico, per gli imprenditori o anche soltanto per i semplici tifosi, con tante competizioni sportive cancellate o rimandate.

Il settore sportivo rimane tuttavia tra quelli a maggior tasso di innovazione e chi intende puntarvici a livello imprenditoriale farebbe bene a cogliere la palla al balzo offerta proprio dalla new normal del coronavirus. Con milioni di persone costrette a stare chiuse in casa infatti, quella sportiva sta diventando una realtà sempre più contaminata dal digitale, che punta ad azzerare le distanze tra l’appassionato o il tifoso e il campo da gioco.

AI e realtà virtuale

Parlando proprio di azzeramento delle distanze, una delle tecnologie che permette farlo è sicuramente la realtà virtuale. Con l’utilizzo di un semplice visore, un tifoso potrà seguire tranquillamente da casa gli incontri della sua squadra del cuore, venendo proiettato sugli spalti con l’illusione di essere a pochi centimetri dai giocatori. Si tratta di una al momento sfruttata anche nel calcio italiano da squadre come il Genoa, che offre ai suoi tifosi di vivere un’esperienza quanto più immersiva delle partite di campionato, o come la Juventus che invece ha previsto un tour virtuale in VR all’interno della propria app.

Alla realtà virtuale si affianca poi anche il massiccio utilizzo che si sta facendo dell’intelligenza artificiale: non solo in termini di maggiore fluidità di gioco – si pensi all’ormai noto dispositivo del VAR – ma anche per migliorare l’efficienza e il rendimento di una squadra al di fuori della partita. Su questo aspetto è utile citare ciò che è stato fatto ad esempio dal Barcellona, che in collaborazione con il Cnr italiano e con l’Università di Pisa ha creato un algoritmo per la prevenzione degli infortuni in campo. Un sistema innovativo che possiede una precisione del 50% a fronte del 5% di quelli tradizionalmente usati.

L’utilizzo dei nuovi social network

Investire nei nuovi social network apparsi in rete negli ultimi anni è certamente una strategia vincente soprattutto se si vogliono accrescere i propri follower tra gli appartenenti alle giovani generazioni. Tra le app più scaricate nel 2019 troviamo ad esempio TikTok, che ha rivoluzionato l’approccio della cosiddetta Generazione Z al mondo di internet e che oggi viene sfruttata in tal senso anche da società sportive come l’Inter. La squadra milanese ha infatti fatto proprio il linguaggio della piattaforma cinese utilizzando i suoi stessi giocatori nelle “challenge” che vanno di gran moda tra gli utenti.

Anche i social basati sulla trasmissione e condivisione di file audio sono però gli osservati speciali per chi vuole lanciarsi nel business dello sport. Il recente boom dei podcast ha infatti reso piattaforme come Spotify indipendenti dal mero ascolto casuale di musica, portando le società sportive a realizzare trasmissioni apposite dedicate a ciò che accade fuori dal campo di gioco. Un altro esempio di come può essere sfruttato quest’ambito arriva da Boca Juniors, che ha creato delle playlist di accompagnamento per i propri tifosi, basandosi anche sui gusti musicali dei giocatori.

La persona al centro dell’innovazione: smart arene e subscription

Uno degli obiettivi cardine dell’innovazione tecnologica nel mondo dello sport è però come già accennato quello di mettere al centro del modello di business i desideri e le esigenze del singolo appassionato. Proprio per questo motivo alcune società sportive si stanno già attrezzando per modificare i propri impianti in modo tale da farle diventare delle vere e proprie smart arene, dove il tifoso potrà interagire direttamente con la partita grazie ad appositi device tecnologici.

Un esempio di quanto appena detto è costituito dall’Avaya Stadium dei San Josè Earthquakes, squadra di calcio che milita nella Major League americana. Nella struttura è infatti presente un maxi schermo su cui possono essere proiettate le statistiche della partita in tempo reale e i commenti dei tifosi sugli spalti, i quali sono a questo punto maggiormente invogliati a interagire sperando che le proprie reaction possano essere viste da tutto lo stadio.

Sempre in merito all’importanza delle esigenze del singolo appassionato risulta poi essere molto utile il meccanismo delle cosiddette subscription, vale a dire un abbonamento personalizzato che consente di sbloccare alcuni contenuti extra pensati per chi vuole seguire la propria squadra anche fuori dalle partite. Una realtà già sfruttata dalle società sia sui proprio siti internet (come fa il Manchester United) che appoggiandosi a Facebook come fa invece il Real Madrid.

Il futuro degli eSport

Quando si parla di investire nel domani non si può non parlare del futuro degli sport elettronici, o eSport, che nonostante la diffidenza iniziale di molti vengono oggi considerati delle vere e proprie discipline sportive spesso da affiancare a quelle più tradizionali, anche solo per quanto riguarda il volume d’affari che riescono a generare.

Nel solo 2019 il comparto mondiale degli eSport ha infatti ricavato ben 1,1 miliardi di dollari con un numero di utenti pari a 450 milioni. Un fenomeno che ormai non passa più inosservato nemmeno dalle squadre italiane, le quali grazie alla loro lungimiranza hanno dato vita alla eSerieA che ha da poco debuttato con la prima stagione 2020/21.

Covid e attività fisica: il sondaggio di Sport e Salute

Per investire nel settore sportivo è però altresì utile conoscere a fondo le opinioni e le esigenze del proprio target di riferimento, e in questo caso a venire incontro agli imprenditori possono essere i sondaggi realizzati dalle realtà attive nella promozione dello sport.

Un aiuto in tal senso può arrivare osservando l’indagine condotta dall’azienda pubblica Sport e Salute in collaborazione con la società di servizi demoscopici Swg, che lo scorso luglio hanno fotografato l’opinione della popolazione del nostro Paese in merito al ritorno a praticare attività sportiva con la fine del primo lockdown.

La salute fisica degli italiani 

Nonostante la rigida quarantena primaverile, più dei due terzi degli italiani ha continuato a svolgere un qualche tipo di attività fisica, sia attiva (42%) che saltuaria (36%), con soltanto il 22% degli intervistati che si sono definiti sedentari. Con percentuali simili troviamo anche i dati sulla orma fisica dei cittadini, che mostrano un 39% di persone toniche, un 34% di persone che si autopercepiscono in salute ma con lievi disturbi e infine un 27% di individui definiti compromessi: cioè con indice di massa corporea elevato o con evidenti disturbi cronici.

Il lungo periodo in cui siamo stato costretti a rimanere relegati in casa ha inoltre influito sulla nostra percezione dell’attività fisica come via di fuga dall’isolamento domestico. Per il 70% degli intervistati infatti, la spinta a fare sport con la riapertura è data dal bisogno di prendersi cura della propria salute mentale, con un incremento del 7% rispetto al periodo del lockdown. 

Un aspetto dell’indagine che si riflette sulla frequenza con cui i cittadini svolgono attività fisica. Se infatti i fanatici dello sport sono relativamente pochi (solo l’8% si allena tutti i giorni e il 10% 4/5 volte a settimana) il 44% degli intervistati afferma di praticare attività sportiva da una a tre volte a settimana, senza quindi esagerare né tantomeno piazzarsi immediatamente sul divano una volta che si è finito di lavorare. Da questo punto di vista infatti, le persone totalmente sedentarie sono il 22%.

Un discorso a parte è poi quello dell’attività fisica dei bambini e ragazzi al di sotto dei 16 anni, che dalle statistiche emerse si dimostrano essere più attivi rispetto ai loro genitori. Il 54% di essi ha infatti svolto da mezz’ora a più di un’ora al giorno di attività fisica, il 19% meno di mezz’ora al giorno e infine il 16% non ha svolto nessun tipo di attività. Osservando i dati possiamo inoltre notare come le famiglie più dinamiche da questo punto di vista siano quelle del Centro Nord con istruzione medio-alta, redditi medi e residenti in piccoli centri, mentre a essere penalizzate risultano essere le famiglie meno istruite, con redditi bassi e residenti al Sud Italia.

Attività indoor e outdoor

Si arriva poi all’importante capitolo sulle differenze tra chi sceglie di praticare attività fisica fuori casa e chi invece preferisce rimanere in casa. Complice forse il desiderio di tornare all’aria aperta dopo mesi di lockdown, il 49% degli intervistati ha dichiarato di svolgere attività fisica esclusivamente fuori dalle mura domestiche, contro un 21% che invece rimane a casa e un 30% che alterna attività al chiuso con altre all’aperto.

Questi due mondi si differenziano poi anche sulle diverse tipologie di attività sportiva che vengono praticate. Se infatti chi esce di casa sulla camminata veloce o sulla bicicletta (con soltanto il 20% che effettua realmente jogging e simili), chi resta nella propria abitazione segue principalmente esercizi di ginnastica o fitness con o senza l’ausilio di internet, app o televisione. Generalmente, sia le attività outdoor che quelle indoor vengono praticate in solitudine, anche a causa delle restrizioni anti Covid, ad eccezione delle attività ricreative o di tipo ludico in cui invece sono spesso coinvolte più persone.

Andando poi a vedere le caratteristiche demografiche di questi due grossi insiemi, notiamo come l’attività fisica all’aperto sia prediletta dai residenti nel Centro Nord, con redditi medio-alti e da persone con figli da 0 a 5 anni o appartenenti alla generazione dei baby boomer. Al contrario le attività fisiche al chiuso vengono preferite dalla generazione Z o da quella dei millennials, oltre che da studenti e persone già abituate allo sport.

Il costo dell’attività fisica

Parlando infine delle spese che ogni cittadini effettua per mantenersi in forma non si registrano particolari cambiamenti. Il 68% degli intervistati dichiara infatti di non aver modificato il proprio budget, mentre per il 15% e il 17% degli intervistati la spesa è rispettivamente aumentata e diminuita.

Scendendo nel dettaglio ci si rende conto di come queste spese siano suddivise tra un 23% del campione che è iscritto a palestre, piscine o centri sportivi, un 16 iscritto a servizi gratuiti online per svolgere attività fisica e infine un 8% iscritto a analoghi servizi online ma a pagamento. Quest’ultima è tra l’altro la categoria con la minore percentuale di persone (45%) disposte a rinnovare la propria iscrizione anche dopo il lockdown, al contrario delle prime due in cui la percentuale si assesta al di sopra del 70%.

L’impatto sulle organizzazioni sportive

Al di la dei cambiamenti che la pandemia ha portato alle abitudini degli italiani, degno di nota è anche l’impatto che questa ha causato alle associazioni e organizzazioni sportive, le quali tendono ad essere purtroppo meno ottimiste rispetto alla popolazione generale anche a causa delle prolungate chiusure delle attività imposte dalle restrizioni anti Covid.

Alla fine del primo lockdown di maggio infatti, ben il 69% delle organizzazioni sportive esprimeva difficoltà verso una repentina ripresa delle attività, con soltanto il 7% che invece affermava di essere ripartita agli stessi regimi precedenti all’emergenza sanitaria. Discorso diverso se la prospettiva veniva posta sul lungo termine: dal 7% passava infatti al 56% il numero di organizzazioni che prevedevano una ripresa totale delle attività sportive per il primo di ottobre. Dai dati emerge inoltre come le associazioni maggiormente in difficoltà fossero quelle con sede nel Sud Italia, con una base iscritti ridotta e che non hanno attivato nessun servizio online durante la quarantena.

Servizi online che tuttavia dall’indagine appaiono essere una caratteristica estremamente duttile nel modello di business di queste organizzazioni. Se infatti durante il periodo del lockdown ben il 90% di queste aveva deciso di partire con servizi online gratuiti per gli iscritti o anche per i non iscritti, a partire dall’estate fino allo step del mese di ottobre l’offerta subisce una graduale ma costante flessione in favore di servizi a pagamento. Le organizzazioni che puntano maggiormente su questa modalità di servizi sono quelle con una base di iscritti estesa e localizzate nel Nord Ovest del Paese.


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