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Un diverso modo di investire, per provare ad accelerare la produttività e la crescita del Paese

Gianni Balduzzi 19/06/2020

Il grande malato

Nel periodo precedente alla Prima Guerra Mondiale i media di allora usavano descrivere l’attualità internazionale, i caroselli di alleanze e rivalità nel Continente con vignette in cui i Paesi erano personificati sotto forma di soldati, nobili, donne affascinanti, o anche ritratti come animali. Erano la versione da Belle Epoque di quelli che oggi chiameremmo meme. 

E frequentemente si disegnava uno dei protagonisti, l’Impero Ottomano, come il Grande Malato d’Europa, al cui capezzale, più per assicurarsi la declinante eredità e strappargli pezzi di territorio che per assisterlo, accorrevano le altre Potenze. 

Il motivo per cui veniva additato in tal modo risiedeva nel fatto che ormai da alcuni secoli viveva un declino economico di cui non si vedeva fine, con un sistema statale che assicurava stagnazione e impediva il rinnovamento e una produttività e una competitività che non riuscivano a tenere il passo con quelle di Paesi che invece avevano vissuto proficuamente le varie rivoluzioni industriali. 

A distanza di più di un secolo quell’espressione è stata rispolverata. C’è un altro grande Paese, una volta anch’esso sulla cresta dell’onda, che non riesce più a essere competitivo come i propri vicini, e che ha perso il treno delle innovazioni degli ultimi 20 anni. E’ l’Italia che ora è definita il nuovo Malato d’Europa. 

Il problema è sempre quello, la produttività. Quella del lavoro per esempio, misurata come PIL per ora lavorata, è cresciuta solo dell’1,2% tra 2010 e 2019 secondo i dati dell’OCSE, ma era ferma già dal 2000 del resto. In Germania nello scorso decennio è aumentata dell’8,8%, in Francia dell’8,3%, in linea con la media UE. In Spagna la crescita è stata del 7,8%, nonostante la crisi abbia picchiato a suo tempo in modo più pesante che da noi. 

Alla fine è l’incremento della produttività, la capacità di produrre una sempre maggiore quantità di un bene o un servizio con una determinata risorsa, sempre più umana e immateriale, sempre meno fisica, a determinare la crescita di un Paese, e quindi quella dell’occupazione e dei salari. Senza aumento della produttività per crescere e essere competitivi si può ricorrere per qualche tempo al debito, come abbiamo fatto a lungo, poi alla svalutazione, anche questa già provata, poi si arriva al punto in cui devono tenere bassi i salari, cosa inevitabile a un certo punto, e ci siamo arrivati, ma l’unica vera soluzione è divenire più produttivi.

Pochi investimenti e sotto-capitalizzazione delle imprese

Tra i motivi della nostra bassissima produttività, e a sua volta tra i suoi effetti, vi è la crisi degli investimenti. Negli anni precedenti alla crisi del Coronavirus il tasso di investimento sul valore aggiunto delle nostre imprese è rimasto stagnante mentre nel resto d’Europa, e ad esempio in un Paese in ripresa come la Spagna, cresceva. Se dieci anni fa eravamo allineati con il resto del continente, nel 2019 in media nella Ue si era arrivati al 25,2%, noi eravamo fermi al 21,6%. 

Certo, una volta dipendeva anche dalla maggiore difficoltà di accesso al credito e da tassi più alti, ma non possiamo ignorare che è sempre più importante un altro fattore, ovvero la carenza di mezzi propri, la sotto-capitalizzazione delle imprese. L’equity delle imprese nel complesso in Italia ammontava al 33,9% del PIL nel 2018, contro il 59,2% in Germania, il 69,4% in Francia, il 151,8% dei Paesi Bassi, terra di multinazionali e grandi azienda. 

Non è tanto e solo una questione di dimensioni aziendali, ma di capacità di fare investimenti attraverso capitali. Capitali che se non provengono dalla cassaforte di qualche ricca famiglia del capitalismo italiano, devono arrivare dal risparmio del pubblico. Ed è su questo che l’Italia ha bisogno di un cambiamento. 

Mattone e Btp, e i patrimoni svaniscono senza alimentare la crescita

Il nostro è il Paese in Europa in cui il valore pro-capite degli immobili è più alto, 86.668 euro, 22 mila in più che in Germania, nonostante i colpi della crisi del 2009-2013. Siamo sempre sopra la media UE anche per quanto riguarda il risparmio finanziario, con gli asset delle famiglie che corrispondono al 228% del PIL contro un 200,8% europeo. Anche in questo caso siamo davanti a Spagna, Germania, Francia. E’ il risultato di anni di risparmio elevatissimo. Anni ormai finiti, ma di cui rimangono i frutti. Che però non sono stati colti, se uno dei Paesi con il maggior risparmio è allo stesso tempo tra quelli in cui gli investimenti delle imprese invece sono minori.

Ha fallito e continua a fallire, perchè è sempre stata debolissima, quella cinghia di trasmissione che porta i capitali presenti nei conti deposito e nei conti correnti ad essere produttivi nel mercato. La diminuzione del risparmio, prodotta da un reddito disponibile reso stagnante dal declino economico del Paese, è una conseguenza essa stessa della allocazione inefficiente di questi asset in mano alle famiglie. 

Non è un caso se un euro su sei di questo risparmio finanziario consiste in titoli e obbligazioni, BOT e BTP molto spesso, mentre in Europa è uno ogni 25. E il 43% è parcheggiato in conti correnti, mentre nella UE questa percentuale è del 10% inferiore.

La conseguenza è che gli strumenti più innovativi per realizzare quel link tra capitali ed aziende che potrebbero farli fruttare vengono snobbati. 

Nel 2019 gli investimenti di private equity in Italia sono ammontati allo 0,253% del PIL, la metà dello 0,541% europeo, e un terzo del 0,776% cui si è arrivati in Francia, un Paese che non è mai certo stato il tempio del capitalismo anglosassone, con una tassazione elevatissima. Eppure…

Se consideriamo poi il venture capital solo Polonia, Romania e Ucraina fanno peggio di noi. Gli investimenti di questo tipo non hanno superato lo 0,012% del PIL, contro il 0,062% medio europeo (sei volte tanto) e il 0,095% francese, appunto.

Quando parliamo di Paese che non cresce, dobbiamo andare quindi alle radici del problema, che sono la sua produttività stagnante, che è tale perchè non riesce a essere alimentata da capitali che semplicemente mancano. E se scarseggiano è anche per una sorta di conservatorismo, di privati, famiglie e più colpevolmente istituzioni e intermediari finanziari che non sanno e non vogliono, spesso per blocchi ideologici, fare scelte decise che scuotano il sonnolento status quo del mondo del risparmio e dei capitali privati. E’ più comodo spesso parlare di investimenti e spesa pubblica, che sarebbe finanziata dal solito già enorme debito, il nostro o quello altrui.

Questa ripartenza invece dovrebbe e potrebbe essere l’occasione, con un allargamento dei timidi sgravi e degli incentivi già previsti, per spronare i capitali privati ad abbandonare i comodi approdi in cui si sono cullati finora per prendere il mare aperto. Se ne parla anche nel piano Colao, per esempio, ora sta a chi ha chiesto i pareri di questi esperti saperli tradurre con coraggio in nuove leggi. La congiuntura, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, è favorevole, perchè si tratterebbe esattamente di quel tipo di riforme che a Bruxelles e nelle altre capitali vedrebbero con favore come contropartita per la concessione delle risorse del Recovery Fund.


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