Transizione ecologica e capitali. I temi ambientali cominciano a influenzare gli investimenti sui mercati mondiali

Gianni Balduzzi 17/12/2021

L’impegno per la transizione ecologica è entrato in una nuova fase: da tempo il tema è passato dagli slogan delle manifestazioni delle associazioni ambientaliste alle agende dei summit dei governi. E ora è giunto il momento in cui è arrivato sulle scrivanie dei Ceo delle più grandi aziende del mondo, comprese quelle finanziarie, le banche, i fondi di investimento.

Non è un caso che una realtà come Kpmg si chieda in una delle sue ultime pubblicazioni “Can capital markets save the planet?”, ovvero se sia possibile orientare le scelte di investimento, e quindi di produzione e consumo attraverso una diversa allocazione dei capitali, maggiormente basata sull’impatto ambientale dei prodotti e dei servizi delle imprese su cui si decide di puntare. 

Il tema cruciale del pricing, ovvero come dare un prezzo all’impatto ambientale

Valgono circa 100mila miliardi di dollari gli asset che il settore della gestione di capitali movimenta. Solo per le sue dimensioni questo comparto è, quindi, cruciale nell’indirizzare l’economia mondiale e favorire l’emergere di una determinata tecnologia, più o meno sostenibile. 

Come è ovvio i fondi di investimento, così come un’azienda e qualsiasi agente razionale, decidono come investire sulla base dei costi da sostenere e del ritorno atteso sui capitali impegnati. 

Diventa cruciale, di conseguenza, saper valutare nel modo giusto i costi reali, così da poterli confrontare nel modo esatto con i redditi futuri. In una parola saper effettuare un pricing corretto. 

E qui entra in gioco l’impatto ambientale. Oggi aziende e fondi sanno determinare il giusto prezzo di un tale investimento incorporando in questo anche, per esempio, gli effetti sul clima che producono? Lo sapranno fare nel futuro? Forse ancora più decisiva è la domanda se è realmente possibile farlo utilizzando gli strumenti finora in uso.

La buona notizia è che i maggiori protagonisti globali del mondo degli investimenti hanno cominciato a porsi tali interrogativi. E ad accettare il fatto che è necessario introdurre tra i criteri di pricing anche i temi ambientali. Del resto da decenni è noto il concetto di esternalità negativa, ovvero di quel costo che una determinata azione (per esempio l’introduzione di una tecnologia inquinante) fa ricadere su tutta la società e non solo e non tanto su chi l’ha decisa. Se fino ad ora tutto il tema delle esternalità era stato racchiuso nei confini delle politiche pubbliche, con l’utilizzo di tasse pigouviane o sussidi, ora comincia a fare breccia anche nel grande mondo dei capitali privati. 

Il 54% dei fondi a gestione attiva ha già cominciato a effettuare il pricing del rischio climatico

Secondo Kpmg il 54% dei fondi a gestione attiva e il 41% di quelli a gestione passiva afferma di trovarsi già a uno stadio maturo nel processo di pricing del rischio climatico nell’ambito del management dei portafogli di investimento. E rispettivamente il 20% e il 37% sono in una fase di implementazione. 

Rimane, però un 26% (gestione attiva) e un 22% (gestione passiva) che ancora non si sono mossi in questa direzione. Anche se in linea di massima ritengono necessario farlo.

Del resto i rischi di non incorporare l’impatto ambientale degli investimenti sono diversi, anche solo da un punto di vista prettamente economico ed utilitaristico. 

Vi sono quelli di transizione, ovvero il pericolo che alcuni asset diventino obsoleti per il cambio di preferenze dei consumatori, che tipicamente potrebbero optare per altri maggiormente sostenibili. Un esempio possono essere immobili che non rispettano i più recenti standard di consumo energetico.

Oppure quelli fisici, legati al pericolo che eventi climatici più estremi danneggino gli asset con maggiore frequenza rispetto al passato. O ancora rischi di contenzioso, nel caso terze parti chiedano compensazioni per un danno ambientale. 

Vi è però pessimismo sulla lentezza dei mercati dei capitali nell’adeguarsi

Una maggiore consapevolezza è visibile anche sulla base delle risposte date dai 1.325 Ceo intervistati da Kpmg in un altro report annuale, quello che analizza il sentiment degli amministratori delegati delle principali 11 economie mondiali. Se nel 2020 tra i principali rischi per la crescita economica le minacce rappresentate dal cambiamento climatico erano al quarto posto, nel 2021 sono salite al secondo, dietro solo a quelle legate alla cyber security. 

E tuttavia se si tratta di giudicare l’adattamento del mercato in generale a procedere a un pricing dell’impatto ambientale degli investimenti c’è un certo pessimismo. Il 67% dei gestori di fondi di investimento ritiene che, per esempio, nell’ambito delle obbligazioni i rischi climatici non stiano venendo effettivamente scontati. Va leggermente meglio per quanto riguarda le azioni: in questo caso sono il 53% coloro che pensano non si stia facendo nulla. 

Le ragioni sono piuttosto chiare: vi è stata a lungo un’inerzia del settore pubblico che non si è preoccupato di incentivare questo pricing, se non parzialmente nel comparto energetico, e poi naturalmente emerge come non mai in questo ambito la tendenza del mercato a privilegiare il breve periodo, a volte il brevissimo, considerando che spesso si ragiona per trimestri, rispetto al lungo. Cosa succederà tra 25-30 anni non rientra quasi mai tra i fattori dei decisori.

A questi fattori si aggiungono le difficoltà di misurazione dei rischi e delle opportunità legate all’ambiente. In un mondo digitale in cui è sempre più forte l’esigenza di avere con esattezza il polso della situazione da un punto vista quantitativo questo è cruciale. E l’impossibilità di avere una precisa stima del prezzo dell’innalzamento dei mari, per esempio, costituisce un disincentivo anche solo ad occuparsene. 

Le responsabilità del settore pubblico

Ci si deve fidare di stime, come quella di Deloitte che occupandosi del tema dal punto di vista macro-economico afferma che l’Italia senza contrastare il cambiamento climatico rischia 1.200 miliardi di euro di danni in 50 anni, e 21 milioni di posti di lavoro in meno complessivamente, mentre la decarbonizzazione potrebbe portare nello stesso lasso di tempo 470mila occupati in più. 

Questo è solo un esempio delle molte previsioni che vengono fatte sull’argomento, che però riguardano orizzonti temporali molto lunghi e spesso ambiti molto ampi, essendo più difficile essere precisi e affidabili nella stima dell’andamento di un settore particolare. 

Tra l’altro altre analisi avvertono di come la necessaria transizione climatica ed energetica nel breve periodo possa essere costosa: l’Associazione europea della componentistica auto avverte di come si possano perdere 501mila posti di lavoro nel Vecchio Continente per il passaggio dai veicoli a combustione a quelli elettrici.

Sono quindi gli stessi protagonisti del mondo economico, i gestori dei maggiori fondi di investimento a invocare un intervento pubblico che possa spingere, quasi costringere i mercati a effettuare quel pricing dei rischi climatici e ambientali necessario. Attraverso, per esempio, la promozione della ricerca nell’ambito delle innovazioni verdi, la fissazione di standard restrittivi per quanto riguarda le emissioni di CO2, stabilendo dei veri e propri Kpi per quanto riguarda le performance ambientali di aziende e settori economici per rendere più facili e trasparenti le scelte di investimento.

L’opportunità rappresentata dalle aziende giovani e dalle startup

Da queste nuove sfide possono nascere opportunità. Come per ogni cambiamento a trarre i maggiori vantaggi è chi è più nuovo e più giovane. Nell’ambito della tecnologia, per esempio, è ormai noto da tempo il fenomeno per cui coloro che risultano essere più indietro e non avere adottato quella precedente sono poi favoriti quando subentra quella nuova, non dovendo affrontare i costi di transizione che interessano, invece, coloro che sono più avanzati. 

Così in Africa l’utilizzo degli strumenti mobile nei pagamenti è arrivato paradossalmente prima che in realtà occidentali più progredite, ma che sono rimaste legate più a lungo alle tecnologie precedenti. 

Le startup e le piccole aziende innovative, che molto spesso non hanno asset obsoleti nel proprio patrimonio e sono nate in un momento in cui già si parlava di transizione climatica ed energetica sono, quindi, avvantaggiate. Al loro interno il più delle volte i founder hanno già inserito nelle proprie decisioni i fattori ambientali: un gran numero si occupa, infatti, di servizi immateriali, digitali, e sono stati liberi di scegliere una direzione “ecologica” grazie al fatto che non sono stati legati al retaggio di tecnologie precedenti già adottate o ad investimenti, con relativi ammortamenti, già affrontati in passato. 

Possiamo affermare, quindi, che allocare capitali in queste tipologie di aziende significa nella maggior parte dei casi anche ridurre i rischi posti dal cambiamento climatico al sistema economico globale. Qualcosa di cui vi è assoluto bisogno oggi.


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