Siamo davvero pronti per la digitalizzazione?

Redazione BacktoWork 22/03/2022

La risposta in uno studio, il quale rivela che l’impatto delle nuove tecnologie sia così forte e caratterizzato da un continuo cambiamento da creare negli utilizzatori un senso di inadeguatezza generale

Si chiama Global Digital Skills Index, porta la firma del colosso tech Salesforce e rappresenta uno degli strumenti più adatti per comprendere lo stato delle competenze digitali e il modo con cui sono percepite dai lavoratori di tutto il mondo.

Al sondaggio, che rappresenta la base dell’indagine, hanno partecipato 23.621 persone di età compresa tra i 18 e i 65 anni provenienti da 19 Paesi sparsi in ogni continente, Italia inclusa.

In termini molto generali, il quadro che emerge è quello di una generale impreparazione a dare prova di possedere le competenze digitali necessarie a svolgere al meglio il proprio lavoro.

L’ignoto che spaventa

Più nello specifico, quel che risulta è che quasi tre quarti degli intervistati (73%) non si sentono attrezzati per apprendere le skill digitali necessarie alle aziende allo stato attuale e ancor più (nel 76% dei casi) non si sentono attrezzati per il futuro.

Nonostante l'82 per cento degli intervistati abbia in programma di acquisire nuove competenze nei prossimi cinque anni, solo il 28 per cento è attualmente coinvolto attivamente nei programmi di apprendimento e formazione delle competenze digitali.  

Sebbene alcuni Paesi si sentano più pronti per la transizione al digitale rispetto ad altri, vi è, in generale, un urgente bisogno di investimenti globali per colmare il divario di competenze digitali e creare una forza lavoro più efficiente.

Differenze generazionali

Il report parte dall’esame dei cosiddetti baby boomer, nati cioè tra il 1946 e il 1964, i quali non si distinguono nell’uso delle tecnologie smart e nelle comunicazioni digitali (il 21 per cento le conosce in modo approfondito). Che, a loro volta, non fanno breccia neppure nelle corde della generazione X (i nati tra 1965 e il 1980) con il 29 per cento e dei Millennial (tra il 1981 e il 1996)i quali, più che da quel 37% di conoscenze elevate, sono rappresentati da quel 19% (1 su 5) che le conosce molto poco.

La generazione Z (1996 - 2010)  appare la più preparata e riesce a distinguersi meglio probabilmente perché chi ne fa parte si è impossessato delle tecnologie che sono state messe loro a disposizione dalle aziende per le quali lavorano.

Il caso italiano

In Italia, l’86 per cento del campione intervistato sostiene di non avere ciò che serve all’azienda di oggi e, per quanto riguarda le capacità necessarie per i prossimi cinque anni, il numero degli impreparati sale all’87 per cento.

A pesare, in questo dato, è sicuramente la scarsa cultura digitale del nostro Paese che, a sua volta, genera una certa insicurezza.

Soltanto il 17 per cento degli intervistati, inoltre, ha dichiarato di seguire percorsi per perfezionare le proprie conoscenze digitali mentre all’estero lo sta facendo il 28 per cento.

Nell’esame riferito specificamente alle figure manageriali, la predisposizione risulta tendenzialmente buona, con una preparazione adeguata nell’utilizzo dei software per la produttività e una certa dimestichezza con il web e i social media, mentre non pare ancora all’altezza la dimestichezza con gli strumenti per l’analisi dei dati.

Se rapportato alla maggioranza dei loro colleghi di altri Paesi del mondo, il grado di preparazione risulta mediamente più elevato.


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