Il potenziale della Data Economy per la crescita dell’Italia

Redazione BacktoWork 22/09/2021

Per realizzare la transizione digitale occorre porre al centro dello sviluppo il paradigma della Data Economy, ovvero quell’estesa catena di attività che valorizza i dati - attraverso processi di generazione, raccolta, elaborazione, analisi, automazione e sfruttamento - grazie a tecnologie digitali ‘abilitanti’ quali il Cloud, l’Internet of Things e gli algoritmi di analisi dei dati. È questo il punto di partenza dello studio “La Data Economy in Italia e il ruolo del Cloud per la transizione digitale”, realizzato da The European House – Ambrosetti su incarico di TIM. 

I ritardi dell’UE rispetto a Stati Uniti e Cina

Nonostante l’Europa sia la seconda regione al mondo per numero di utilizzatori di Internet (728 milioni, dopo i 2.525 milioni dell’Asia), solo una società europea è presente nella top-15 globale delle aziende tech per capitalizzazione. Inoltre il contributo europeo all’economia delle piattaforme è pari solo al 4% a livello globale, meno di un quinto rispetto all’Asia (21%) e ben 18,5 volte in meno rispetto agli Stati Uniti (74%)

L’eccessiva dipendenza da fornitori tecnologici e da piattaforme gestite da provider non-europei può determinare una perdita di potenziale d’investimento e di sviluppo da parte dell’industria digitale europea. Anche per questi motivi, sottolinea lo studio, la Commissione Europea ha pubblicato nel 2020 la propria Data Strategy, incardinata sui paradigmi della sovranità dei dati, dell’apertura e dell’interoperabilità.

I vincoli allo sviluppo della Data Economy in Italia

All’interno del contesto europeo, l’Italia presenta un quadro particolarmente critico per ciò che riguarda la digitalizzazione della società nel suo complesso: nell’edizione 2020 del DESI, l’Italia è infatti solo 25ma sui 28 Paesi europei. 

Dalla survey sottoposta a circa 300 imprese del network di The European House – Ambrosetti, è emerso come i principali vincoli allo sviluppo della Data Economy nel Paese siano da ricercare nella mancanza di competenze digitali (primo ostacolo allo sfruttamento dei dati per il 51,5% delle imprese), nella ridotta propensione allo scambio dati (oltre il 50% delle aziende scambia dati con la propria supply chain, ma solo 1 su 3 con la P.A.), e nell’assenza di standard comuni (il più grande ostacolo allo scambio dati per il 40% delle aziende). Dalla survey è anche emerso che per 2 piccole imprese su 3 (il 66,7% delle imprese con ricavi tra i 30 e i 50 milioni di euro), il più grande ostacolo allo scambio di dati tra stakeholder è l’assenza di infrastrutture digitali.

I benefici della Data Economy e il ruolo del Cloud 

Secondo l’analisi, l’economia dei dati può contribuire a migliorare la produttività multifattoriale (MFP), che è oggi il principale freno alla crescita di lungo periodo dell’economia italiana, con un contributo pari a -0,20% nel periodo compreso tra 1995 e 2019, a fronte di un dato positivo in tutti i maggiori Paesi europei. 

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Inoltre, la combinazione di Data Economy e diffusione della Banda Ultra Larga sarà in grado di generare, in Italia, tra i 52,2 e i 78,4 miliardi di euro all’anno, con un’incidenza crescente sul PIL, dal 3,0% nel 2021 fino al 4,1% nel 2030

Lo sviluppo della Data Economy fornirà un contributo rilevante all’occupazione, favorendo la crescita dei “Professionisti dei Dati”, il cui numero può raggiungere, nello scenario accelerato, 1,6 milioni al 2030 rispetto ai circa 600 mila attuali.

Infine, le infrastrutture Cloud - la tecnologia cardine su cui si basa il paradigma della Data Economy - possono abilitare risparmi di energia e benefici ambientali rispetto alle tradizionali infrastrutture on-premises, con riduzioni in media del 74% nelle emissioni di CO2.

Lo studio evidenzia come l’adozione delle tecnologie della Data Economy, in primis il Cloud, sia in grado di attivare importanti benefici per imprese e organizzazioni, indipendentemente dal settore di riferimento o dalla dimensione aziendale. Grazie al Cloud è possibile focalizzarsi sulle attività a maggiore valore aggiunto e gestire in maniera flessibile i carichi di lavoro, con un impatto positivo medio del +35% sulla produttività del lavoro e una riduzione media del time-to-market del -64%.

Il sistema pay-as-you-go, il passaggio a costi variabili e l’esternalizzazione della gestione delle piattaforme informatiche al provider permettono poi di ridurre i costi IT in media del -29%. Non da ultimo, il Cloud si basa su strumenti e meccanismi che aumentano la resilienza e abilitano meccanismi più efficaci ed efficienti di disaster recovery, garantendo una riduzione media del -57% nell’IT downtime.


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