Per le PMI meno debiti, eppure la necessità di capitali e liquidità è più urgente, c’è bisogno anche di strumenti alternativi per soddisfarla

Gianni Balduzzi 18/02/2022

I numeri sull’impatto della crisi pandemica sull’economia e sulla successiva ripresa stanno popolando da tempo i report dei principali istituti statistici e di ricerca, ma è da poco che sono stati resi pubblici i dati forse più interessanti, quelli più dettagliati, che illustrano come il Covid e le restrizioni abbiano modificato le performance dei singoli segmenti di impresa sotto molteplici aspetti.

Così tra le evidenze più peculiari, per quanto non sorprendenti, vi è l’aumento dei debiti finanziari delle aziende, che sono cresciuti nel 2020 dell’11,9%. Nello stesso anno hanno raggiunto, dopo un periodo di relativa stabilità, sia nel settore dei servizi che dell’industria un valore di circa il 25% superiore a quello del 2007. 

Fino ad allora i modesti incrementi delle passività erano state più che compensati dal rafforzamento patrimoniale, tanto che il rapporto tra debiti e capitale netto era sempre diminuito, fino al 2020, appunto, quando mediamente è passato, almeno per le Pmi, dal 66,9% al 72,8%. 

La pandemia ha acuito, quindi, quella fame di liquidità e di capitali che da sempre caratterizza le nostre imprese, e che per la fase di emergenza è stata soddisfatta dalle misure straordinarie messe in campo dal Governo, come il Fondo di garanzia varato nel Decreto Liquidità e poi modificato nel DL Sostegni bis. 

È una fame che, però, continuerà anche in futuro, specie se il sistema Paese dovrà affrontare le trasformazioni imposte dalla transizione climatica e da quella digitale.

Le piccole imprese si indebitano di meno

Questo vale soprattutto per le aziende più piccole, anche se sembra esservi un gap tra il ricorso alla leva finanziaria tra queste e quelle più grandi.

I numeri ci dicono che i debiti finanziari di queste ultime sono arrivati nel 2020 a valere il 42,9% in più che nel 2007, mentre quelli delle piccole imprese nello stesso lasso di tempo sono cresciuti meno, del 12,8%. 

 Si tratta di dati apparentemente paradossali considerando che sono proprio queste le realtà che hanno sofferto di più la crisi e che nel 2021 hanno avuto un rimbalzo meno soddisfacente. 

Sono le Pmi, però, ad avere più fame di liquidità

Le statistiche di Cerved e dell’Istat sono eloquenti: il margine operativo lordo delle Pmi è sceso del 14,1% nel 2020, mentre quello delle grandi aziende si è contratto del 5%. 

Simili divari interessano anche il valore aggiunto (-9,2% per le Pmi e -4,2% per le grandi) e il fatturato (-8,8% vs -5,3%). Anche il rapporto tra cash flow e attivo è diminuito di più per le imprese più piccole. 

Nel 2021, poi, perlomeno tra giugno e ottobre, i mesi con meno restrizioni, nonostante il rimbalzo dell’economia solo il 28,9% delle imprese con meno di 10 addetti ha visto un aumento del fatturato rispetto allo stesso periodo del 2020, che, ricordiamolo, era stato già di crisi. Tra quelle con 250 e più dipendenti tale percentuale è invece salita al 52,7%. Così solo il 5,4% di queste ultime teme per questo primo semestre del 2022 di trovarsi in una situazione a rischio, mentre lo stesso timore è condiviso da ben il 21,3% delle aziende più piccole. 

Eppure anche lo scorso anno più di metà di esse, il 52,4%, non ha fatto ricorso a nessuno strumento per soddisfare il bisogno di liquidità. Tra le imprese più grandi il 38,8% ha attinto ai propri depositi, mentre il 18,7% ai margini disponibili sulle linee di credito, oltre al nuovo debito con le banche. 

Se le Pmi non si sono mosse in questa direzione non è certo perché non avessero necessità, anzi. La spiegazione del paradosso risiede, invece, nella difficoltà ad avere accesso a forme di finanziamento “autonome”, come i propri depositi e soprattutto esterne, pur con le garanzie pubbliche. 

L’esigenza della crescita di quegli strumenti di finanza alternativa che sono ancora sotto-utilizzati

Vi è dunque un gap tra i bisogni e le possibilità, tra la domanda di strumenti finanziari e l’offerta. I mezzi tradizionali non bastano a colmarlo. Ad avere maggiori margini di crescita sono quelli innovativi e alternativi che ancora risultano poco utilizzati dalle imprese. 

A obbligazioni, crowdfunding, prestiti P2P sono ricorsi solo lo 0,5% delle aziende nel 2021, con massimo dell’1,5% tra quelle grandi, e di più del 3% tra quelle con più di 50 addetti del settore delle costruzioni. Gli aumenti di capitale da parte di finanziatori esterni hanno avuto luogo solo nello 0,8% delle realtà più ampie, e nello 0,1% di quelle più piccole. 

Un 1,6% delle imprese complessive ha utilizzato lo strumento dell’aumento di capitale da parte della proprietà (dell’imprenditore e dei soci), ma anche in questo caso il parametro dimensionale ha avuto il suo peso, con le aziende più ampie che lo hanno fatto in misura decisamente maggiore (4,3%).

La spinta dello Stato e i mezzi tradizionali utilizzati non sono bastati a soddisfare le esigenze di tutte le imprese, specie le più piccole

Per il 2022 le stesse imprese prevedono di ricorrere a meno strumenti propri e un po’ di più a capitali altrui, ovvero quelli di nuovi soci o di fondi di private equity. Si tratta di percentuali ancora piccole, lo 0,7%, ma superiori a quelle del 2021, soprattutto nell’ambito dei servizi di informazione e comunicazione, in cui ricade anche l’ICT. In questo caso si sale all’1,9%. 

Questi dati sono anche un ulteriore indicatore delle potenzialità future di quelle modalità di finanziamento che ancora molte imprese non conoscono. 

Si tratta anche di una necessità oltre che di un'opportunità. Se, infatti, anche nel momento in cui la disponibilità del sistema finanziario è stata massima, grazie al ruolo giocato dallo Stato, vi sono esigenze non soddisfatte da parte di chi ha più fame di liquidità e bisogno di crescere, vuol dire che vi è non solo la possibilità, ma soprattutto il bisogno di allargare il range di strumenti da utilizzare. 

Se il settore pubblico si mobilitasse nel favorire la finanza alternativa solo una frazione di come si è mobilitato durante la crisi per il credito bancario, saremmo davanti a un grande progresso, tanto più ampio quanto ancora limitato è il ricorso a tali mezzi da parte della grande massa delle imprese.


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