Più delle delocalizzazioni delle imprese a fare male all’economia sono quelle delle competenze

Gianni Balduzzi 24/09/2021

A creare allarme ormai da anni nel nostro Paese sono, in ambito industriale, le acquisizioni da parte di gruppi stranieri di aziende italiane, oppure la delocalizzazione di impianti in altri Paesi, che siano effettuati da imprese del Belpaese o da multinazionali globali che spostano produzioni altrove, magari proprio dopo un’acquisizione. 

Sono percepite, in parte a ragione, come un segno del declino del sistema Italia.

E però vi è un altro tipo di delocalizzazione - potremmo usare questo termine anche in questo caso - che a livello strutturale rischia di essere anche più pericolosa, e che anzi è spesso alla base di quella delle imprese. 

Si tratta di quella delle competenze, del capitale umano. E se nel caso caso dell’arrivo di investitori esteri o del trasferimento di imprese spesso l’allarme è ingiustificato, perchè si tratta anzi del rafforzamento di una struttura produttiva italiana, o di un efficientamento di comparti a basso margine a vantaggio di tutto il resto dell’azienda, in quello dell’emigrazione all’estero quasi sempre ci troviamo di fronte a una perdita definitiva. Una perdita che negli ultimi anni è diventata sempre più profonda.

I numeri dell’esodo

I dati di Eurostat sono molto eloquenti. Dal 2010 al 2019 sono aumentati da un milione e 72 mila a un milione e 463 mila i cittadini italiani in età lavorativa (tra i 15 e i 64 anni) che risultano residenti in un Paese della Ue o dell’Efta o nel Regno Unito. Si tratta di un aumento del 36,5%, ancora più rilevante in un periodo in cui in realtà in Occidente e ancora di più in Italia le statistiche demografiche sono rimaste assolutamente piatte.

Naturalmente quello che molti obiettano, ovvero il fatto che trasferirsi all’estero per fare esperienza in un’altro ambiente e acquisire competenze è molto positivo a livello individuale, è vero, ma a livello aggregato il beneficio non si coglie se poi non vi è anche un ritorno nel sistema produttivo italiano degli stessi soggetti. 

E guarda caso nel caso di altri Paesi, quelli che in questi anni hanno avuto un’economia molto più dinamica, tali incrementi non vi sono stati. Nello stesso lasso di tempo i tedeschi che vivono in Europa sono cresciuti, sì, ma molto meno, del 13,9%, di 89 mila unità, e sono complessivamente 801 mila, un numero decisamente inferiore a quello degli italiani, nonostante la popolazione maggiore. I francesi sono invece 649 mila.

E non è un caso se al contrario sul podio dell’emigrazione al di sopra di noi vi siano solo polacchi e rumeni. Sono di più quelli che si sono trasferiti negli altri Paesi europei sia in termini assoluti che a livello di variazione, con un incremento del 99% per coloro che sono partiti dalla Romania e del 64% per quelli che hanno lasciato la Polonia. 

I laureati italiani che vivono in Europa sono cresciuti del 142%

Oltre ai numeri complessivi ad essere preoccupanti sono forse ancora di più quelli che si riferiscono a chi detiene più competenze, i laureati

Nel loro caso vi è stato negli stessi anni più che un raddoppio nel numero di quanti dall’Italia sono andati a vivere in altri Paesi europei. Erano complessivamente 204 mila nel 2010, sono cresciuti fino a 493 mila nel 2019. Solo i polacchi sono di più.

Una decina di anni fa erano in numero maggiore i laureati tedeschi, inglesi, francesi, a essersi trasferiti altrove, nel tempo è avvenuto il sorpasso italiano. 

Che del resto è fruttato, visto che il tasso di occupazione tra i nostri connazionali con una laurea che vivono in Europa è altissimo, dell’84%, superiore a quello di chi ha un titolo analogo in Italia. Ed è del 63%, più alta di quello complessivo italiano, anche tra chi non è riuscito ad arrivare neanche al diploma.

Vuol dire che è soprattutto per lavorare che gli italiani si spostano, per spendere le proprie competenze. 

Ma non attiriamo capitale umano dall’estero

Anche se non riuscissimo a convincere i laureati a tornare indietro per contribuire con il proprio bagaglio di esperienza alla crescita del sistema Italia, sarebbe in ogni caso prezioso risultare attrattivi verso altre competenze, quelle degli stranieri più istruiti, come accade per esempio per i Paesi nordici, la Francia, la Germania, il Regno Unito, destinazione di milioni di europei da decenni.

Il problema è che invece l’immigrazione, a dispetto delle prime pagine sugli sbarchi nel Mediterraneo, è frenata moltissimo negli ultimi anni. Gli europei che vivono in Italia sono aumentati molto poco, solo di 63 mila tra il 2014 e il 2020 secondo Eurostat, passando da un milione e 442 mila a un milione e 505 mila. Al netto delle acquisizioni di cittadinanza, che pure ci sono state, si tratta del risultato di un flusso inferiore, oltre che di frequenti ritorni in patria.

Nel 2019 sono immigrati dal resto d’Europa in Italia solo 58.700 mila persone, contro le 77.500 del 2014. In Germania si sono invece trasferiti in 346 mila, nel Regno Unito 198 mila, in Spagna 152 mila. Sono state più attrattive persino Belgio e Austria, che pure hanno un sesto dei nostri abitanti. 

Ma il problema più rilevante è il fatto che tra gli europei che vivono in Italia solo l’11,3% sono laureati, contro il 23,2% di quelli che stanno in Germania, il 30,5% di quelli che sono in Francia e il 33,4% di coloro che si sono trasferiti in Spagna. 

Considerando che invece tra coloro che emigrano dall’Italia chi ha un titolo universitario è circa il 30% significa che nel saldo delle competenze il nostro Paese è come nella bilancia commerciale, in surplus. Ne esportiamo sicuramente più di quante ne importiamo. Ma questa volta non si tratta di un saldo di cui andare fieri, anzi. Si tratta di un surplus che ci impoverisce. Che priva le imprese, in particolare di quelle più piccole, di quelle managerialità o di quei ricercatori che le aiuterebbero a innovare, a crescere e attrarre capitali, e a incrementare l’occupazione, alimentando come in un circolo vizioso altra emigrazione.

E allora probabilmente è questa una delle priorità della nuova fase che si sta aprendo per l’economia italiana con la ripresa dalla crisi pandemica stimolata anche dai fondi europei. Riuscire a risultare così produttivi da catalizzare professionalità dall’estero. E tra queste ci potranno essere anche quelle di quegli italiani che anni fa erano partiti per avviare una carriera in altri Paesi europei, con l’intenzione di tornare, quando fosse maturato il momento.


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