Paolo Galvani (Moneyfarm): nel Fintech l'Italia ha ridotto il gap con gli altri Paesi europei

Gianni Balduzzi 25/12/2020

In un periodo in cui l’innovazione digitale è centrale nell’economia, soprattutto in un Paese finora piuttosto allergico come l’Italia, e in un momento in cui la necessità di capitali per ripartire è quanto mai forte, chi si occupa di investimenti facendo uso delle tecnologie più avanzate per gestire il risparmio, non può non essere protagonista.

Per questo abbiamo voluto incontrare Paolo Galvani, fondatore nel 2011 di MoneyFarm, una delle realtà più importanti e interessanti a livello europeo in questo campo,  sia per il lavoro di gestione del risparmio, attività prima quasi solo appannaggio delle banche, che svolge in modo digital, sia per la sua storia di successo come startup che ha raccolto fino ad oggi 100 milioni di capitali in 5 diversi round

Buongiorno signor Galvani, grazie per questa intervista, come vede i prossimi mesi l’economia sia dal punto di vista quantitativo che soprattutto qualitativo, cosa cambierà?

Sicuramente c’è stata l’accelerazione di alcuni trend che già da qualche tempo si stavano delineando. Quanto è accaduto ha fatto capire a molti nel nostro mondo che tante attvità possono essere fatte in modo egregio se non migliore con modelli nuovi che includano l’uso della tecnologia. Ma questo vale in moltissimi settori.

Prima del Covid come Paese pagavamo un po’ di ritardo da questo punto di vista se comparati con gli altri Paesi europei.

Tutto ciò che si muove intorno al digitale ha quindi ricevuto una conferma del proprio valore. Questo non vuol dire che non sorgano problemi dall’altro lato, è in atto una trasformazione anche dal punto di vista professionale e dei prodotti e servizi che le persone cercano, soprattutto nella catena di distribuzione.

Quindi vi è il bicchiere mezzo pieno della maggiore digitalizzazione e quello mezzo vuoto della ridefinizione di tante attività professionali che in qualche modo hanno sofferto e soffriranno. Quanto, è una grande domanda a cui è difficile oggi dare una risposta. Abbiamo bisogno di osservare i trend nel medio termine, in cui sarà ancora più fondamentale avere fondi a disposizione

Gli ottimisti dicono che le attività che vanno a tramontare verranno compensate dall’emergere di altre, ma naturalmente vi è una frizione, non tutti i guidatori di carrozza sono diventati autisti di auto, il digitale e in particolare in Fintech possono aiutare in questa transizione? Come è la situazione in Italia?

Le grandi rivoluzioni industriali hanno generalmente portato a un mondo in cui si stava meglio rispetto a prima. C’è sempre stato un processo di accrescimento di offerta sia di prodotti che di posti di lavoro. Io per il medio periodo sono piuttosto positivo.

Certo, ci vorrà buon senso e capacità di controllare il cambiamento, per trarne il positivo e non solo il negativo. 

Detto questo venendo al Fintech, ripeto, è partito lento e per un po’ di anni siamo stati il fanalino di coda in Europa, a causa di un sistema bancario pervasivo in Italia rispetto all’Inghilterra o alla Germania per esempio, al digital divide, a organi di vigilanza poco interessati al cambiamento, e altri fattori, ma negli ultimi 3-4 anni si è visto un cambio di tendenza, e abbiamo cominciato a vedere operazioni e aziende con dimensioni rilevanti in questo ambito.

La mia percezione è che lo scenario del Fintech italiano in questo momento non sia così distante come si pensa da quello di altri Paesi, come l’Inghilterra.

Quindi effettivamente sta avvenendo quel catching up che ci si aspetta in questi casi, quando si è indietro?

Sì, non siamo sicuramente allo stesso livello di quei Paesi che sono più avanti e rimangono davanti a noi, ma rispetto agli anni scorsi sicuramente abbiamo ridotto il gap.

Vi occupate di raccolta di capitali e di investimenti, ma voi stessi siete stati un esempio di eccellenza per quanto riguarda il venture capital. È vero che in Italia c’è un eccesso di uso della leva finanziaria a discapito del venture capital?

Nel nostro piccolo non abbiamo usato debito perché la nostra intenzione era costruire un modello che potesse crescere molto a dei bei ritmi ma potendo contare su capitale di rischio che non fossero poi una zavorra, cosicchè fossimo concentrati sulla crescita e non sull’equilibrio finanziario. Poi in un secondo momento il debito può essere utilizzato, ma solo dopo.

Voi siete quindi un’eccezione nel panorama italiano

È una cosa che abbiamo deciso fin dall’inizio. Volevamo puntare alla crescita e per questo era necessario avere azionisti che condividessero il nostro percorso, fatto di obiettivi chiari in termini di acquisizione clienti, di strategia di posizionamento del brand. 

Solo con il debito o quasi non avremmo potuto portare avanti il nostro progetto che punta al break even nei prossimi 4 mesi, e per cui c’è voluto un sacco di tempo, che altrimenti non avremmo avuto.

Solo con una certa solidità finanziaria mi sento sicuro di ricorrere anche al debito, per esempio per la gestione della cassa.

È chiaro che si devono trovare azionisti che condividano questa strategia e il capitale. Bisogna essere bravi e fortunati per trovare il giusto mix.

A proposito di bravura e fortuna, ma più di bravura, direi, che consiglio darebbe a chi ora sta fondando una startup? Nel suo CV si nota una grande competenza, su cosa si dovrebbe puntare, appunto sulla competenza, o il network, il prodotto?

Se hai la fortuna di avere speso la prima parte della tua carriera nel conoscere una certa industry, un certo prodotto, un certo servizio, partire da questa conoscenza per costruire un modello che vada a cambiare quel prodotto o quel servizio è importante, perché ti muovi in un mondo che conosci, e questo ti permette di poter vedere le migliorie da apportare e gli elementi che non funzionano in quello che hai fatto.

Poi non è così per tutti, e ci sono quelli che si buttano in mare aperto nel fare innovazione in un mondo che non conoscono. in questo caso però si deve compensare la mancanza di conoscenza con un grande lavoro di studio e approfondimento sulla industry in cui ti sei lanciato. Perchè c’è poco da fare, alla fine la competenza ci vuole.

Quindi se hai trovato un progetto interessante su cui lavorare ti devi mettere con diligenza a seguire tutte le fasi di costruzione di una piccola azienda, si deve costruire un percorso di crescita dell’azienda che trovi il giusto equilibrio tra l’ambizione, che non può mancare, e il realismo, il che vuol dire costruire un pezzo alla volta e confrontarsi con persone che possono dare un giudizio spassionato e disinteressato. Altro aspetto fondamentale è trovare le persone giuste, costruire il team. I venture capitalist all’inizio sono quasi più interessati al team e a premiare questo ancora più che l’idea sottostante.

Ecco, infatti, cosa attira i grandi investitori a immettere capitali in una piccola startup, come per esempio è stato il caso di Allianz con voi a suo tempo?

Da un lato ci sono gli investitori finanziari, dall’altro quelli industriali. I primi vedono un’idea, capiscono le potenzialità di questa e del team, guardano se c’è il mix giusto di team e proposition e scorgono buone possibilità di ritorno economico per l’investimento, considerando anche, elemento molto importante, la scalabilità del progetto.

Gli investitori industriali oltre a fare le stesse considerazioni di quelli finanziari sono anche interessati alle sinergie con i business esistenti, magari anche non subito, ma in futuro. È il caso di Allianz, per esempio.

Si deve avere chiari i loro obiettivi, perché un investitore voglia mettere dei soldi. È molto importante per l’imprenditore, perché se questi obiettivi non coincidono con i propri, non ci si deve essere obbligati ad accettare i fondi.

La ringrazio molto questa chiacchierata dottor Galvani e le auguro buon lavoro

Grazie a voi


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