Maria de Paola (Università della Calabria): "Per ridurre i divari di genere si deve investire sulla scuola"

Gianni Balduzzi 11/06/2021

La professoressa Maria De Paola da diversi anni si occupa di economia di genere, oltre che di microeconomia, economia del lavoro ed economia dell’educazione, che ha insegnato e insegna presso l’Università della Calabria, di cui è anche stata pro-rettrice vicaria. È stata anche membro del comitato consultivo di esperti per la coesione sociale e lo sviluppo del Mezzogiorno presso la Presidenza del Consiglio, e ci è sembrata la persona adatta con cui parlare di come questa crisi che si avvia alla fine abbia colpito in modo particolare nella fase più acuta le donne, esacerbando un gap che già esisteva.

Buongiorno professoressa De Paola, grazie per avere accettato di incontrarci. Vorrei chiederle perchè le donne sono state colpite maggiormente dal punto di vista occupazionale dalla pandemia

Il motivo principale è che le donne sono storicamente maggiormente occupate in posti precari, con contratti a termine, e visto che ci sono stati interventi a sostegno principalmente dei dipendenti a tempo indeterminato, come il blocco dei licenziamenti o la cassa integrazione, a soffrire sono stati soprattutto coloro che erano esclusi da questo segmento della forza lavoro, e tra questi le donne hanno una presenza importante. 

Ora si dovrà vedere cosa accadrà al momento dello sblocco dei licenziamenti. Dipenderà dalla capacità di ripresa del sistema economico. In che misura si tornerà alla normalità precedente e in quale vi saranno invece cambiamenti strutturali

Ci dovremo forse aspettare anche una ricomposizione del mercato del lavoro in termini settoriali e di domanda.

Tornando alle donne, la loro carriera è spesso più frammentata, meno stabile. Come si sa e come si è evidenziato anche in questa fase, oltre al carico di lavoro, vi è quello familiare, cosa che non è cambiata molto nel tempo.

Questo fa in modo che una volta perso il lavoro le donne tendano meno a cercarne uno nuovo? In effetti sono più inattive

Oltre che sull’attivazione per un nuovo lavoro il carico familiare ha un peso anche sulla minore probabilità che cercandolo le donne riescano a trovare effettivamente un nuovo impiego, dovendo bilanciare il tempo del lavoro con quello della famiglia

Però quello che vediamo da anni è che le donne sono più istruite degli uomini, abbandonano meno gli studi, si laureano di più, e l’occupazione femminile, partendo da livelli più bassi, è cresciuta di più. Come mai hanno più contratti a termine allora?

L’occupazione femminile è aumentata, è vero, ma siamo ancora lontanissimi dai livelli maschili. I progressi sono stati maggiori nell’ambito dell’educazione. Qui il gap è completamente recuperato. Come si diceva ora si è ribaltato. Sono meno le donne che abbandonano gli studi, sono di più tra i laureati e hanno anche voti più alti. È un fenomeno che riguarda però solo le ultime generazioni.  

Poi però dopo gli studi succede qualcosa. Non è facile dire esattamente cosa, ma di fatto a quel punto le donne fanno più fatica. Anche a parità di istruzione. Anzi, le donne occupate che osserviamo sono più giovani e istruite in media dei lavoratori uomini, ma nonostante questo vi è un gap a livello salariale e di carriera, che in parte probabilmente dipende dal fatto che queste donne sono concentrate in alcuni settori che non sono quelli meglio retribuiti. E questo ha anche a che fare con le scelte che queste donne fanno in termini di istruzione

Perchè è vero che si laureano di più, ma lo fanno in ambiti di studi che poi nel mercato del lavoro in termini occupazionali e salariali risultano essere meno interessanti.

Da cosa questo dipenda è ancora una volta difficile dirlo. Perchè le donne preferiscono per esempio una laurea in ambito umanistico e non in ingegneria? Può essere per il fatto che per qualche motivo, anche qui da indagare, non facciano particolarmente bene in matematica già da ragazzine. Questo si vede dai test internazionali e quelli Invalsi. 

Secondo lei cosa si dovrebbe fare per incentivare le giovani donne a intraprendere studi più scientifici?

Alcuni studi interessanti mostrano che conta anche come insegniamo la matematica. Si dovrebbe investire nella scuola perché la qualità dell’insegnamento e le metodologie didattiche migliorino. 

La matematica spaventa un po’ tutti, se viene insegnata male è ancora peggio per tutti, uomini e donne.

Ma soprattutto per le donne

Soprattutto per le donne anche perchè alla fine non siamo uguali, potrebbe anche essere che ci siano approcci didattici che funzionano meglio con un genere e meno con un altro

E poi siamo in un contesto in cui in maniera implicita anche senza consapevolezza si ritiene che le ragazze siano portate solo per certe attività e studi e senza accorgersene le si spinge in quella direzione. Le ragazze assorbono questo atteggiamento, inizialmente presente all’interno della scuola e della famiglia, e lo perpetuano. 

L’azione principale dovrebbe quindi essere investire sulle scuole

Sì, io sono convinta che dovremmo investire per rendere l’insegnamento migliore, ma fin dall’inizio. Si parla tanto di formazione, anche in età adulta, ma quello che viene prima è più cruciale. Anche per rendere più efficaci gli investimenti successivi, nell’ambito della formazione in età lavorativa. 

Anche per recuperare gap altrettanto importanti di quelli di genere, come quelli tra i diversi background socio-economici.

Il gender pay gap sulla carta è in Italia inferiore che altrove, ma gli analisti dicono che se l’occupazione femminile fosse più alta il divario sarebbe più alta, è così?

È quello che dicevamo prima: noi osserviamo nel mondo del lavoro il gruppo delle donne più istruite. Solo queste vanno a lavorare, risultano occupate e solo queste confrontiamo con il gruppo più numeroso degli uomini. 

Se il paragone è fatto a parità di istruzione in realtà il gap invece di diminuire aumenta

Noi ci occupiamo di startup e imprese innovative. Le donne imprenditrici in questo ambito pur non conservatore sono ancora molto poche. Perchè secondo lei? Sempre per la minore quota di donne tra chi studia materie scientifiche o c’è anche altro?

C’è questo e poi probabilmente c’è anche una minore propensione al rischio tra le donne. Gli studi mostrano che tipicamente gli imprenditori sono più portati a rischiare, mentre  le donne sono più avverse a prendere rischi. Poi non sappiamo se i motivi siano genetici o culturali. 

Secondo lei ci sarebbe un vantaggio anche economico per il sistema ad avere più donne imprenditrici?

Ci può essere un vantaggio nell’introduzione di una diversità. La presenza di persone con diverse propensioni, per esempio quella di donne più avverse al rischio, può avere conseguenze positive. La letteratura non dà risposte univoche alla domanda se sia meglio avere una donna o un uomo ai vertici di un’azienda. Per alcuni i profitti immediati sono più ridotti con un’imprenditrice, mentre per altri vi è una maggiore solidità nel lungo periodo con una donna.

Però la domanda giusta non deve essere “Ma una donna farebbe meglio?”. La domanda deve essere “ Ma una donna farebbe non peggio?”. L’obiettivo è l’uguaglianza, le donne non devono per forza dimostrare di essere migliori. 

Certo, io parlavo in senso aggregato, se l’economia nel suo complesso beneficerebbe da una maggiore presenza femminile ai vertici delle aziende

Il fatto di avere più donne attive come imprenditrici o semplici lavoratrici vorrebbe dire utilizzare le energie di una quota di popolazione che è sotto-utilizzata.

Lei è comunque a favore della legge sulle quote rosa nei CDA?

Il motivo per cui io sono favorevole è che ritengo che il cambiamento di cui abbiamo bisogno è sociale. Se certe cose non le vediamo non ci sembreranno la normalità

Io ho cominciato ad occuparmi di questioni di genere scrivendo un articolo a proposito dell’introduzione delle quote nella legge elettorale delle amministrative. Mi interessava perchè venivo da un piccolo paese dove nessuna donna aveva mai pensato di potersi candidare. Dopo questa legge che ha di fatto costretto molte a farlo, la cosa è diventata normale.

Questa norma sulle quote poi è stata abrogata ma la maggiore presenza di donne nei consigli di quei comuni in cui si era votato mentre era in vigore è rimasta anche dopo, segno che aveva generato un effetto duraturo.

Questo tipo di leggi creano una nuova consuetudine sociale. Avere donne in certi ruoli diventa una normalità, tanto che in futuro probabilmente non avremo più bisogno di quote, ma ora sì.

La ringrazio molto professoressa

Grazie a voi 


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