In Europa le startup sono state un motore per la creazione di posti di lavoro anche nel 2020

Gianni Balduzzi 12/02/2021

L’economia, particolare la politica economica, è fatta anche di selezione e di ricerca di driver specifici che possano produrre impatti superiori di altri, magari più tradizionali. Questo è vero soprattutto quando la coperta è corta e le risorse scarseggiano, come nei periodi di crisi. 

E questo lo è più di qualsiasi altro dal Dopoguerra. 

Per questo le startup non possono passare inosservate come driver di occupazione in un periodo che si preannuncia, con la fine dei blocchi ai licenziamenti, come molto difficile soprattutto nell’ambito del lavoro.

E le ragioni sono nei dati sulla creazione di posti di lavoro nell’economia nel suo complesso e nelle startup nell’ultimo difficilissimo anno.

+7,1% la crescita dei posti di lavoro nelle tech startup in Europa nel 2020

Secondo il report annuale di Atomico, una delle principali società di venture capital, con sede a Londra, a ottobre 2020 risultava esserci stato un incremento annuale dell’occupazione nelle startup, in particolare quelle dell’ambito ICT, qui esaminato, di ben il 7,1% a fronte di uno sostanzialmente uguale a zero nell’ambito dell’economia in generale. 

Si trattava della prosecuzione, solo in parte frenata dalla pandemia, di un trend in atto da anni. Nel 2019 l’aumento era stato del 9,9%, e anche in quel caso il gap con la crescita dei posti di lavoro complessivi, dell’1%, era stato notevole.

Nel 2016, 2017 e 2018 vi erano stati incrementi, sempre nell’ambito delle startup, rispettivamente del 6,2%, del 5,3%, dell’8,8%.

Nonostante il fatto che ormai questo settore stesse diventando più maturo e l’economia generale stesse già rallentando prima del Covid, il ritmo di creazione di posti di lavoro era invece in accelerazione.

E il motivo non è che queste startup appartengono al settore dell’ICT. Quest’ultimo segmento ha avuto sì performance maggiori di tutti gli altri, ma con una crescita dell’occupazione del 3,8% nel 2019 rimane sempre indietro al +9,9% fatto segnare dalle startup nel loro complesso

2 milioni i posti creati al 2020, 700 mila in più che nel 2015

Il risultato è che al 2020 erano in tutta Europa 2 milioni le persone che lavoravano in startup. Certamente si tratta di una porzione limitata di tutti gli occupati del Continente, che sono poco più di 190 milioni. Ma dobbiamo guardare ancora una volta al trend di crescita. Basti pensare che nel 2015 si parlava di 1,3 milioni di occupati nello stesso ambito.

Gli analisti prevedono che nel 2025 si arriverà a 3,2 milioni. 

Naturalmente questa occupazione non è distribuita in modo omogeneo. Così come non accade nel resto nell’economia anche nel mondo delle startup vi sono ampie differenze interne. 

Solo il 2% dei lavoratori è occupato nelle 10 startup più importanti d’Europa, ovvero quelle 10 che realizzano da sole il 35% del valore delle startup del Continente. Un altro 3% lavora nelle seguenti 50, che formano un altro 26% del valore complessivo. 

Il 95% invece è impegnato in tutte le altre imprese innovative più piccole

Questo non vuol dire necessariamente che si tratti di posti di lavoro fragili, sia perché questi dati sono più il risultato di una crescita esplosiva del valore delle startup di maggior successo che di un minore utilizzo del capitale umano, che invece c’è, sia perché in realtà ad avere vissuto un aumento più forte del team sono state proprio le startup che sono arrivate alla fase Series B di finanziamento, quella più delicata. 

Quella che consiste in un secondo round, effettuato da quelle aziende che sono ormai in una situazione stabile, che hanno attraversato la fase iniziale di decollo, e che riescono a convincere gli investitori più esigenti, quelli che per esempio prediligono strumenti convertibili, a finanziare la crescita vera e propria della startup.

I governi che nel 2020 hanno investito in programmi di sostegno delle startup

È probabilmente per queste evidenze che tra le varie misure di sostegno da parte dei governi alle imprese nel 2020 alcuni hanno inserito anche misure mirate specificatamente alle startup.

L’esempio più importante è quello della Francia. Che è da alcuni anni molto attiva nell’ambito delle startup. 

Sono stati mobilitati già dall’inizio del lockdown di primavera 5,2 miliardi di soldi pubblici attraverso garanzie, crediti, prestiti diretti. 2 miliardi sono stati messi a disposizione in Germania, e 1,25 nel Regno Unito, anche qui tramite prestiti o co-investimenti. I fondi sono stati erogati tramite Banche e fondi di investimenti pubblici.

Non è un caso probabilmente che la Francia sia l’unico tra i Paesi con le startup di maggior valore in cui nonostante la pandemia i capitali totali investiti nelle tech startup siano cresciuti nel 2020, almeno secondo i dati che si fermano a ottobre. 

Capitali cresciuti da 4 miliardi e 818 milioni a 5 miliardi e 199 milioni. 

È un approccio che potrebbe essere validamente imitato anche dall’Italia, che nonostante i progressi fatti si ferma a poco più di 700 milioni. 

L’area della Francia e del Benelux è anche l’unica in cui la quota di fondi pervenuti alle startup da parte del settore pubblico è aumentata nel 2018 e 2019 rispetto agli anni precedenti dal 24% al 27% nonostante l’ecosistema delle imprese innovative ICT sia più maturo che altrove.

Il punto è che se si devono impegnare soldi pubblici in un momento di crisi è probabilmente più efficiente farlo in quei segmenti che hanno ritorni di rendimento, in termini non solo in termini finanziari, ma anche di occupazione, come si vede, molto più alti. 

E il segmento delle startup è certamente uno di questi.


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