Imprese italiane, il previsto boom delle costruzioni e del fotovoltaico nel 2022, quando il ruolo dello Stato si unisce alle conseguenze della pandemia

Gianni Balduzzi 04/02/2022

È ormai confermato, il 2022 sarà l’anno in cui l’economia tornerà ai livelli del 2019 e, anzi, li supererà. 

Ciò accadrà non solo per il Prodotto Interno Lordo, che dopo l’incremento del 6,5% del 2021 quest’anno metterà a segno una crescita che oscillerà tra il 3,8% (previsione della Banca d’Italia) e il 4,7% (stima di Cerved), ma anche per i fatturati delle imprese

I ricavi delle aziende italiane, aumentati del 7,7% l’anno scorso, proseguiranno il proprio recupero, mettendo a segno un’espansione del 5,7% quest’anno e del 3,5% nel 2023, riuscendo, quindi, a sovraperformare rispetto al Pil stesso. 

Grazie a ciò nel corso del 2022 saranno del 2,2% superiori a quelli del periodo pre-Covid, e l’anno prossimo supereranno tale livello di ben il 6,4%

Si tratta delle previsioni da poco pubblicate da Cerved, che, però, sottolinea come queste siano in effetti delle medie, che nascondono andamenti molto diversi, come, del resto, erano stati molto diversi gli impatti del Covid. Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, tuttavia, non è detto che siano proprio i settori che più hanno sofferto nel 2020 e in parte nel 2021 a vedere la ripresa più forte. A influenzare le performance delle aziende non sarà solo il classico effetto rimbalzo, ma anche le nuove tendenze di mercato, che solo in parte e indirettamente sono riconducibili alla pandemia. E non solo, anche le scelte di politica economica peseranno molto.

Il boom del settore tecnologico, la crisi della moda e dell’informazione

Da un lato abbiamo il caso classico, quasi da manuale, del settore elettrotecnico e informatico: ha sofferto meno la crisi, con un calo del fatturato del 7%, inferiore al 9,6% medio, nel 2020, e sia nel 2021 che nel 2022 e nel 2023 è cresciuto e crescerà più degli altri. Alla fine di quest’anno, prevede Cerved, sarà il comparto con ricavi più alti a confronto con quelli del 2019. Saranno maggiori del 15,3%.

Dall’altro lato il settore dell’informazione e della comunicazione, che nel 2021 ha vissuto un rimbalzo dei fatturati modesto, del 3,6%, e che la crescita del 2022 non consentirà di ritornare ai livelli pre-pandemici. Anzi, il segmento dell’editoria dei quotidiani e dei periodici continuerà a vivere una crisi senza fine, con il segno meno che caratterizzerà anche le performance di quest’anno, tanto che i ricavi saranno di ben il 14,6% inferiori a quelli del 2019.

In entrambi i casi siamo di fronte a trend strutturali, che la pandemia ha solo accelerato. Il maggior utilizzo di strumenti digitali, infatti, si è accompagnato all’abbandono di media tradizionali. 

Anche la crisi del sistema moda, che nel 2022 vedrà ancora fatturati del 2,8% più bassi di quelli di tre anni fa, in fondo viene da lontano, da un cambiamento dei consumi che predilige quelli esperienziali rispetto a vestiti, auto, oggetti materiali. 

Il peso del rialzo dei prezzi energetici e del Pnrr

I rovesci di un altro settore, quello dei carburanti, dell’energia, delle utility, è di altro tipo ancora. Il -3,9% di entrate rispetto al 2019 è indirettamente collegato alla pandemia e trova le sue origini nel balzo dei prezzi energetici, che nel worst case scenario di Cerved abbassa o addirittura rende negativi i margini operativi lordi delle aziende del settore, impattando anche sui ricavi stessi. 

A influire sull’andamento del settore privato italiano nel prossimo futuro, però, sono anche le scelte politiche, si diceva. Era forse da decenni che gli investimenti pubblici non avevano un tale peso. 

Questo è evidentissimo nell’andamento del fatturato del segmento degli impianti fotovoltaici e delle altre fonti rinnovabili. A fronte di una perdita del 4,6% nel 2020 vi è stato un incremento di ben il 34,3% nel 2021, e ne è previsto uno del 45,4% nel 2022. A fine anno i ricavi saranno dell’85,6% maggiori che nel periodo pre-pandemico.

Il secondo settore per crescita tra 2019 e 2022 è quello dell’industria ferrotranviaria, +40,1%, e poi la cantieristica, +39,5%, il segmento dei piccoli elettrodomestici, + 37,9%, e ancora quello delle costruzioni per infrastrutture, +28%, non a caso.

Il Pnrr e i vari bonus per il risparmio energetico, le ristrutturazioni, l’adeguamento antisismico che i fondi europei contribuiscono a finanziare trainano, infatti, un pezzo di economia che sarebbe probabilmente comunque cresciuto di fronte alle esigenze della transizione climatica, ma non in modo così forte. 

Forte il clima di fiducia nelle costruzioni, meno nei servizi

Chi opera in questi mercati è consapevole, del resto, di queste previsioni, e come sappiamo le aspettative positive sono un potente motore in economia. Agiscono attraverso la maggiore propensione agli investimenti che generano, e che rendono tali profezie auto-avverantesi. 

I dati sull’indice di fiducia delle imprese delle costruzioni sono chiari. Secondo l’Istat questo è molto più alto, di più del 50%, del livello base di rierimento, che d’altronde risale al 2010, un periodo di profonda crisi per questo settore, e soprattutto a dicembre e gennaio è stato in crescita rispetto a settembre, in controtendenza rispetto a quanto accaduto al resto dell’economia. 

L’indicatore è passato in 4 mesi, tra settembre e gennaio, appunto, da 155,5 (2010=100) a 158,8. In particolare è alto il clima di fiducia delle aziende che si occupano di lavori di costruzione specializzati, le più coinvolte negli investimenti del Pnrr. Si trova, infatti, a quota 160,1.

Scende sotto quota 100, a 94,9, invece, quello delle imprese dei servizi. Era di 112,1 5 mesi fa. Particolarmente significativo è il crollo che riguarda le realtà del turismo, dove a fine estate si toccava il livello di 131,3, mentre a gennaio la fiducia è diminuita a 93,6.

Siamo di fronte a una ripresa che rimane profondamente disomogenea, e che segue direttrici non ancora stabili, le quali dipendono molto sia da eventi esterni, come l’incremento dei prezzi dell’energia, sia da fattori in un certo senso “artificiali”, come l’intervento pubblico. 

È tuttavia sicuramente meglio attraversare una fase incerta, ma con tassi di crescita importanti, come quella attuale, che una lunga stagnazione come quella che ha caratterizzato buona parte degli ultimi decenni in Italia. 


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