L’equity crowdinvesting si evolve e apre ai minibond

Edoardo Reggiani 26/03/2021

Non solo capitale di rischio, ma anche titoli di debito: sulle piattaforme le aziende potranno offrire quote di partecipazione ed emettere minibond, con i tempi rapidi e la procedura snella tipica dello strumento. 

In Italia, il regolamento Consob che consente di scambiare strumenti di debito sulle piattaforme di crowdinvesting era stato aggiornato a fine 2019, ma il mercato sta partendo adesso. Ecco i vantaggi per PMI e investitori.

La spinta regolamentare al crowdinvesting

La spinta regolamentare amplia le potenzialità del crowdinvesting: a dare definitiva consacrazione di questo trend è arrivato nel 2020 un regolamento europeo (ma in Italia entrerà in vigore il prossimo autunno) che mira a disciplinare in maniera unitaria le campagne sulle piattaforme di crowdinvesting, mettendo sotto lo stesso cappello equity e lending. In realtà, il nostro Paese aveva aperto all’emissione di debito online già a fine 2019 attraverso un aggiornamento del regolamento Consob, dimostrandosi lungimirante sul fronte dell’innovazione regolamentare finanziaria. Crediamo che il mercato abbia un potenziale enorme: ecco perché.

Quanto vale il mercato potenziale 

Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio sui Minibond del Politecnico di Milano, a fine 2020 le piattaforme di equity crowdfunding che hanno ottenuto il nulla-osta per collocare titoli di debito hanno raccolto 14,7 milioni di euro. Ma se guardiamo al nuovo segmento ExtraMOT PRO gestito da Borsa Italiana, che è pensato per la quotazione dei titoli sotto i 50 milioni di euro, possiamo capire quanto vale il mercato potenziale: i 149 titoli emessi a fine anno su ExtraMOT PRO da 106 imprese hanno un valore nominale complessivo di oltre 4,3 miliardi di euro. Inoltre, il database dell’Osservatorio conta oltre mille emissioni nel complesso, per un valore nominale totale di 7,07 miliardi di euro: 2,53 miliardi se ci si limita alle PMI. 

Un potenziale considerevole per le PMI alla ricerca di liquidità, che senza dubbio saranno attratte dalla possibilità di poter emettere minibond su piattaforme vigilate e regolamentate da Consob (tra le quali, da gennaio 2021, anche BacktoWork, che lancerà la prima operazione entro la metà dell’anno), a costi bassi e con le tempistiche veloci tipiche del modello già testato dell’equity.

Il fronte dell’investitore

Lo scenario cambia anche sul fronte della tipologia di investitore finale che ha accesso al mercato, ora anche attraverso il canale delle piattaforme. Il Decreto Destinazione Italia del 2013 che disciplina i minibond stabilisce che la sottoscrizione sia riservata a investitori istituzionali professionali ed altri soggetti qualificati, come banche, imprese di investimento, Sgr, Sicav, intermediari finanziari, investitori a supporto delle PMI.

Per i minibond emessi sui portali, il regolamento Consob individua tre ulteriori categorie di investitori, oltre a quelli professionali, ovvero: chi detiene un portafoglio di strumenti finanziari superiore a 250mila euro; chi investe almeno 100mila euro nella singola operazione; investitori retail, ovvero risparmiatori e investitori non professionali che si avvalgono del supporto di consulenza finanziaria nell’ambito della sottoscrizione.

I vantaggi per le imprese

Sul fronte delle imprese, ovviamente, l’apertura equivale a maggiori possibilità di finanziamento. E, senza pregiudicare la solidità dell’emissione, la possibilità di poterla effettuare attraverso una piattaforma di crowdinvesting rende il processo più agile e potrebbe fare avvicinare anche le microimprese che finora non hanno potuto accedere al canale tradizionale del minibond. 

Inoltre, è presumibile che le raccolte potranno essere più elevate: dai 500.000 euro, a fronte di una media per campagne di equity crowdinvesting di 200.000 euro, a livello di sistema Paese. Un aspetto davvero interessante per l’azienda è che potrà fare un percorso completo da equity a bond, nello stesso luogo con lo stesso strumento che la supporta nella raccolta.

Un crowdinvesting vicino agli istituzionali

Questa evoluzione avvicinerà gli istituzionali allo strumento, proprio perché il regolamento Consob prevede selettività maggiore per il collocamento rispetto all’equity. Gli istituzionali aumenteranno anche per effetto dell’ampliamento e dell’aumento dell’offerta generale del crowdinvesting. Un’ulteriore novità è che il Regolamento europeo consentirà anche ai portali di gestire il portafoglio del cliente sullo strumento del debito: sostanzialmente le piattaforme di crowdinvesting potranno farsi affidare dal cliente le somme che vuole investire e le diversificheranno sulla piattaforma. Per tutelare l’investitore, il portale effettuerà una verifica di adeguatezza (che varrà per entrambe le sezioni, sia di equity sia di debito).

Con questo ulteriore passaggio si realizza un salto importante nell’evoluzione del crowdinvesting, che non solo diventa più credibile perché sempre più regolamentato e riconosciuto, ma soprattutto si trasforma da modello nato per il retail ad uno strumento per una clientela sofisticata. E questo è possibile grazie alla flessibilità che garantisce, ma anche perché abilita l’accesso a una asset class molto ambita nel mondo degli investimenti strutturalmente a tasso zero.


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