Daniele Checchi (Centro Studi dell’INPS): Contro la disoccupazione meglio uno strumento unico di protezione

Gianni Balduzzi 19/03/2021

Daniele Checchi, economista, da sempre si è occupato del tema della formazione, delle competenze, nonché di welfare nei numerosi incarichi ricoperti oltre a quello di docente. Sia nel consiglio direttivo di Anvur (Agenzia nazionale per la valutazione dell'università e della ricerca), sia nelle commissioni nominate dai Ministeri del Lavoro e della Pubblica Istruzione su questi temi nel corso degli anni di cui ha fatto parte. 

È ora dirigente del Centro Studi e Ricerche dell’INPS e anche per questo abbiamo voluto incontrarlo per capire insieme a lui in che direzione sta andando il Paese dal punto di vista sociale e lavorativo.

Buongiorno professor Checchi, grazie di avere accettato l’incontro, vorrei innanzitutto chiederle come la crisi ha colpito il mondo del lavoro

La pandemia ha colpito in modo differenziato. C’è una quota di lavoratori, intorno ai 5 milioni, che include tutto il pubblico impiego più il settore impiegatizio delle grandi imprese che non ha avuto ricadute da un punto di visto monetario, non è stata messa in cassa integrazione, non ha avuto perdite salariali, me ne ha risentito solo dal punto di vista delle condizioni di lavoro. Sono quelli che sono passati in smart working

Per costoro la problematica è relativa a quanto le mansioni possano realmente essere fatte da remoto. Si vedranno le conseguenze tra alcuni anni quando si osserverà anche se tali soluzioni sono solo temporanee o possono diventare permanenti. Il tema qui è la riorganizzazione della mansione.

Poi c’è la quota dei lavoratori dei cosiddetti settori essenziali che non hanno avuto ricadute economiche, anch’essi non sono finiti in cassa integrazione, ma hanno subito un rischio sanitario superiore ai precedenti, non potendo andare in smart working, pensiamo al settore dell’alimentare per esempio.

E poi vi sono coloro che sono stati bloccati, che sono andati in cassa integrazione. Sono quelli che hanno subito perdite salariali e che ora sono anche a rischio occupazione.

Se vogliamo aggiungere un quarto gruppo si tratta di coloro che magari lavoravano in nero, su cui non abbiamo quindi statistiche, o che avevano un contratto a tempo determinato che non è stato rinnovato, e che si ritrovano con un reddito zero e devono ricorrere a sussidi come il Reddito di Cittadinanza. Sono quelli che escono dall’emergenza nella situazione più danneggiata.

E tra questi è vero che vi è una presenza sproporzionata di donne e giovani?

La loro presenza è molto forte soprattutto nei contratti temporanei e non rinnovati. Per contro le donne sono sovra-rappresentate nel primo gruppo, per esempio nella Pubblica Amministrazione. Pensiamo banalmente agli insegnanti, che nella grande maggioranza sono di sesso femminile. 

Ma anche tra i lavoratori di turismo e ristorazione, che appartengono più al terzo e quarto gruppo in realtà, le donne sono pure prevalenti.

Un gap generazionale tra giovani e meno giovani nel mondo del lavoro c’era già prima in realtà. Quali sono le cause di queste condizioni asimmetriche a sfavore dei primi nonostante siano più istruiti?

È stata una scelta di policy. Nel momento in cui si è fatta una politica di flessibilizzazione “al margine”, che non ha colpito tutta la popolazione, ma solo che sono entrati nel mondo del lavoro da un dato momento in avanti, creando un doppio regime.

E in questo doppio regime hanno continuato a essere tutelati coloro che già avevano un’occupazione e non coloro che entravano da quel momento in avanti. L’esempio più macroscopico sono le pensioni. A partire per esempio dalla riforma Dini, che ha salvaguardato con il sistema retributivo chi aveva già una certa anzianità, 18 anni, e non chi aveva iniziato a lavorare dopo. 

Dopodichè anche le varie riforme del lavoro, dalla Treu a quella Biagi fino al Jobs Act hanno usato la stessa logica. Con il Jobs Act per esempio è stato abolito l’articolo 18 solo per i nuovi contratti e non per quelli già in essere. 

E le conseguenze sono quelle che vediamo.

Alla luce di questo come possiamo allora dire che l’istruzione conta se il giovane istruito ma con contratto a tempo determinato è il primo a essere lasciato a casa? Perché vale la pena studiare?

La competenza continua a valere nella propria coorte di età. Quelli con cui si compete sono coloro che sono entrati nel mercato del lavoro negli stessi anni, quindi a parità di età e condizioni la possibilità di conseguire posizioni migliori è collegato effettivamente al livello di competenze raggiunto.

Infatti nei dati reali ci sono differenze retributive tra i giovani in base all’istruzione e alla formazione. Diciamo che la competenza è importante per la competizione orizzontale e non per quella verticale.

Lei è stato nel consiglio direttivo di Anvur, certamente si è occupato e conoscerà i ritardi del nostro Paese nelle classifiche sui test Invalsi, in particolare in ambito scientifico. Vi sono motivazioni culturali di base o c’entra anche il sistema scolastico?

Vi sono due componenti. Una è quella ambientale: se un/a ragazzo/a osserva che nel mondo degli adulti nonostante il titolo di studio la disoccupazione rimane alta, come avviene da decenni nel Mezzogiorno, ci si convince che istruito o non istruito tanto il lavoro non ci sarà. E c’è un minor incentivo dettato dall’ambiente esterno. Che funziona anche come modello culturale. Se si viene da un paesino isolato dove il tasso di analfabetismo è ancora al 10-15% c’è uno svantaggio.

Poi c’è la componente del sistema di istruzione. Che non è strutturato al fine di ridurre queste disuguaglianze. Il Ministero dell’Istruzione è l’unico datore di lavoro che lascia scegliere ai propri dipendenti dove lavorare, mentre normalmente si dovrebbe scegliere di allocarli in base alle qualità possedute. E invece li muove in base alle domande di trasferimento che a loro volta dipendono dall’anzianità di servizio.

E questo fa sì che gli insegnanti con più esperienza negli anni vadano magari dal sostegno all’istituto tecnico, da questo al liceo, dalla periferia verso il centro. Se ci fosse una strategia ministeriale che prevedesse di mandare gli insegnanti più validi, magari pagandoli di più, nelle scuole in difficoltà, avremmo più omogeneità e minori disuguaglianze. 

Come succede nelle aziende quindi, in cui si invia il manager più bravo nella filiale che non funziona

Esattamente, ma allo stesso momento si deve usare una modalità di misurazione della produttività, anche se è brutto usare questo termine con riferimento a una scuola. Ma si deve essere in grado di dire “questa è una scuola in difficoltà, ci sono dei problemi”, e questo in Italia è impossibile dirlo, perché poi si ha paura che i genitori portino via gli alunni, per esempio.

Inoltre un terzo delle scuole italiane non ha un dirigente nominato, ci sono reggenti, e quindi non c’è una gestione efficiente. 

Vi è a monte il tema dei divari nelle competenze a livello scolastico, a valle quello delle disuguaglianze nel mondo del lavoro. Secondo lei cosa si potrebbe fare ora per alleviare la situazione di chi appunto si ritrova a essere dal lato svantaggiato di tale disuguaglianza?

L’esperienza della cassa integrazione per Covid è stata utile per fronteggiare l’emergenza, ma ha anche dimostrato che è possibile usare uno strumento che vada ad “assicurare” tutta la platea dei lavoratori a prescindere dal settore, dalla dimensione aziendale, ecc. Nella finanziaria di quest’anno è stato introdotto questo Iscro, una sorta di assicurazione di disoccupazione per i parasubordinati. 

Se dalla fase emergenziale il Paese uscisse con uno strumento di assicurazione contro la perdita del posto di lavoro uniforme e non legato a particolari condizioni sarebbe già un buon risultato.

Ora la Naspi è legata in effetti all’anzianità

La Naspi è infatti legata all’anzianità di contribuzione e all’età dell’individuo. La CIG alla dimensione aziendale e al settore. Se non si rientra nella CIG ci sono dei fondi intersettoriali. Gli autonomi invece non avevano finora alcuno strumento di tutela. E poi per tutti c’è il Reddito di Cittadinanza, per tutti gli italiani, per gli stranieri solo dopo 10 anni di residenza. 

È un patchwork di misure in cui in base alla situazione si ricade in una o nell’altra, molto diverse tra loro.

Per cui il cameriere straniero in Italia da meno di 10 anni che ha lavorato solo pochi mesi in un ristorante o è addirittura autonomo è completamente senza tutele

Esatto.

Ma questo dovrebbe essere uno strumento unitario a spese dello Stato o anche delle aziende?

C’è una funzione mutualistico/assicurativa di questi strumenti che deve conservare questa natura. È meglio che lo Stato si accolli chi cade fuori dalla rete, è corretto che la collettività se ne faccia carico, come avviene con il RdC, anche se c’è poi il problema di spingere le persone a ri-attivarsi, ma per la perdita del posto di lavoro lo strumento unico dovrebbe avere valenza assicurativa e l’intervento pubblico è necessario come coordinatore ma non necessariamente come finanziatore. 

Settori diversi sono sottoposti a fluttuazioni e rischi diversi e possono quindi pagare aliquote differenti, magari ottenendo prestazioni meno generose.

In Italia vi è però il problema del nanismo aziendale. Molte aziende forse non possono permettersi di pagare strumenti di assicurazione

Però il nanismo non può essere scaricato sulla collettività

Certamente quando finirà la cassa integrazione in deroga non ci sarà solo il problema dei lavoratori che saranno licenziati, ma anche quello delle imprese che chiuderanno. E però tenere in piedi delle aziende dicendo da parte dello Stato “Vi pago io la cassa Covid o un altro strumento di tutela perché voi non potete” è una soluzione molto temporanea.

Per terminare con una nota positiva, nell’ultimo anno ha visto anche delle luci, degli esempi di resistenza nel sistema economico italiano?

I rimbalzi che si sono visti quando si è aperto dopo il primo lockdown sono indicativi del fatto che questa crisi è molto particolare, potenzialmente temporanea. Sembrerebbe che il sistema produttivo sia pronto a ripartire. Io sono stupito di quanto sia stata veloce la riattivazione ad esempio nell’ambito della ristorazione, che è più vitale di quanto io mi sarei aspettato. 

La ringrazio molto, professor Checchi

Grazie a voi!


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