Chiara Burberi (Redooc): La scuola deve rinnovarsi, abbandonando metodi che appartengono allo scorso secolo

Gianni Balduzzi 28/05/2021

Ancora prima della DAD vi era chi aveva capito che anche il settore dell’educazione avrebbe necessitato di aggiornarsi e di diventare più digitale. Si tratta di Chiara Burberi, che nel 2013 dopo anni di esperienza manageriale (Mckinsey, Unicredit) ha fondato Redooc.com, una piattaforma di didattica digitale integrata che offre contenuti digitali e non solo sulle principali materie scolastiche per tutti i livelli scolastici: video lezioni, schede didattiche, esercizi interattivi per studenti e docenti, da utilizzare a casa o in classe. 

Alla luce dei cambiamenti intercorsi nell’ultimo anno abbiamo voluto incontrarla per capire perchè è importante e cosa sta accadendo anche in questa fetta del mercato.

Buongiorno dottoressa Burberi, grazie di averci incontrato. L’approccio al digitale in quest’ultimo periodo è cambiato come voi di Redooc speravate? Quali trend ha scorto nella società? 

Il lockdown fin dal febbraio 2020 ha sdoganato la didattica digitale, parlo di didattica digitale e non di didattica a distanza di proposito. In Italia siamo sempre un po’ in ritardo, e così anche nel mondo dell’educazione. 

Quello che è successo ha accelerato un’evoluzione del mercato che era però già scritta

I ragazzi e le ragazze che vanno alla scuola primaria sono nati con lo smartphone nel passeggino. Quelli che faranno questa maturità “facilitata”, non si sa perchè poi debba essere facilitata, visto che sarà in presenza, sono tutti nati in questo millennio, che vive nel mondo digitale, che guarda all’esplorazione spaziale. 

Di questo i genitori e spesso anche i docenti (figli dello scorso secolo) però sembrano dimenticarsene. Pensiamo veramente che il modo giusto di imparare sia quello che abbiamo subito noi? Molte scuole non sono cambiate di una virgola negli ultimi decenni. Sono rimaste ancorate al passato, rifiutandosi di vivere nella realtà e di rendersi conto di quello che è successo anche a livello tecnologico e di come sta evolvendo il mondo che ci circonda. 

Un cambiamento obbligato, forzato dalla pandemia, però c’è stato nell’ultimo anno

C’è stato, è stato un cambiamento che offrirà più opportunità, perché per esempio sono possibili ora campus estivi online su tutte le materie, e non più solo nel proprio territorio ma di tutto il mondo. Mio figlio è iscritto a un campus online di intelligenza artificiale offerto da Alumni di Stanford. Sembrava impossibile 2-3 anni fa. 

Basta cercare e informarsi. I ragazzi hanno in mano un’opportunità incredibile. Con lo smartphone hanno in mano il mondo. 

Il digitale è uno strumento che si può usare molto bene o molto male. Ha potenzialità enormi. Si può aprire un e-commerce per vendere ovunque i prodotti, parlare con persone di ogni provenienza, avere informazioni di ogni tipo. Poi, certo, ci sono le fake news, ma ci sono sempre state in realtà. L’intelligenza umana serve ad analizzare e valutare i dati. 

L’importante è che i ragazzi siano allenati a valutare, a ragionare sulle cose, a farsi domande, a confrontare le fonti. A questo dovrebbe servire la scuola, a dare opportunità. 

In cosa secondo lei l’Italia è più indietro dal punto di vista della digitalizzazione?

Io posso parlare del mondo della scuola. Dove oggettivamente come si diceva siamo molto indietro.

Nonostante un anno di lockdown vediamo la DAD demonizzata e interpretata come sinonimo della didattica digitale. Ma in realtà la DAD spesso non è stata efficace perché ha avuto gli stessi difetti della scuola italiana, che è frontale, noiosa, lontana dal quotidiano, basata sulle verifiche che premiano la memorizzazione, con tante materie studiate a compartimenti stagni.  

La DAD ha reso ancora più evidente questa situazione di arretratezza. 

Redooc è nata occupandosi soprattutto di matematica. Coma mai? 

Siamo nati come risposta concreta ai risultati dei test PISA-OCSE, che vedevano i 15enni italiani erano al 35esimo posto, sotto la media OCSE, a livello di competenze matematiche. 

Ci rendevamo conto delle conseguenze sull’economia, essendo la matematica alla base dello sviluppo, tecnologico ma non solo, del Paese. Questo ci ha spinto ad agire, nella consapevolezza che avere competenze matematiche è una marcia in più anche nella vita privata di un cittadino, non solo per quanto riguarda il mondo del lavoro, ma anche nella gestione delle finanze per esempio.

Non tutti ovviamente devono studiare e specializzarsi per forza in materie scientifiche se la loro vocazione è un’altra, ma chiunque, anche un avvocato, dovrebbe avere competenze di base solide in matematica. 

Perchè aiuta  nella vita quotidiana attraverso la capacità di problem solving

Poi negli anni abbiamo affiancato alla matematica anche l’italiano. Questo anche perchè spesso alcuni errori in matematica erano legati a una mancata comprensione del testo. I ragazzi sono disabituati a leggere con attenzione. 

Abbiamo in seguito ampliato lo spettro delle materie, utilizzando anche la gamification, per attrarre e incentivare all’apprendimento.

E perchè per lei nelle discipline scientifiche, le cosiddette STEM, la presenza femminile è ancora così scarsa?

È così ovunque nel mondo, dobbiamo dirlo. È un fatto culturale, con radici antichissime. Penso che molto dipenda dal fatto che in fondo si accetta il concetto che non solo le donne “capiscono meno di matematica”, ma anche che tanto “va bene così”. In molte vi è una sorta di orgoglio malcelato nel dire “Ah, io la matematica non l’ho mai capita”. 

Non si sente mai dire  “ah, io non so proprio leggere”, anche se in realtà per molti sarebbe anche vero.

Vi è l’idea che la matematica sia una cosa astrusa, lontana dalla realtà, solo per pochi eletti, anche perché spesso viene insegnata in modo formale.

Ma in realtà a guardar bene non è che vi siano molte donne famose in letteratura o nell’arte. Quanti sanno che Grazia Deledda ha vinto il premio Nobel?

La verità è che la posizione secondaria o solo a supporto di un uomo più importante della donna è un tema generale. Non solo tipico del mondo scientifico. Basti guardare alle donne amministratrici delegate o presidentesse di grandi aziende. Quante sono?

A proposito di aziende, quali sono le sfide che ha dovuto affrontare quando ha fondato Redooc che allora era startup? 

Io avevo già una certa esperienza, ero stata consulente e manager ed avevo avuto esperienze molto variegate, però quando con mio marito siamo andati dal notaio per fondare la società, questi era convinto che io fossi solo un prestanome, la tipica moglie prestanome. 

Questo per far capire quanto questa mentalità sessista sia pervasiva.

E dal punto di vista legislativo e burocratico quale è stata la vostra esperienza, cosa andrebbe fatto per migliorare le opportunità di chi intraprende la fondazione di una startup?

La nostra è stata una delle prime startup innovative a vocazione sociale. Sono state create da una intuizione felice di Corrado Passera, che ha dato vita a una normativa buona anche se sicuramente migliorabile, perché ha troppi vincoli che spesso non permettono la giusta flessibilità.

Il problema piuttosto viene dopo, nella gestione della startup. Il business tipicamente è più complesso di uno tradizionale, perché si tratta di inventare un prodotto/ mercato nuovo, che non esiste. L’execution è la parte davvero difficile.

A tale complessità si aggiunge la burocrazia folle soprattutto nell’ambito del mercato del lavoro, dove non è favorita l’assunzione dei giovani. Occuparsi di tutta questa burocrazia toglie tempo al business. 

Poi ci sono le banche che trattano le startup come se fossero aziende normali, senza un minimo di flessibilità.

Complessivamente quindi è stata favorita la costituzione delle startup, ma dovrebbe formarsi un ecosistema che favorisca una gestione più snella dell’azienda, permettendo ai founder di concentrarsi sul prodotto e sul mercato, non su una struttura normativa pensata per le aziende tradizionali. Le leggi sul mercato del lavoro per una startup per esempio non possono essere le stesse che valgono per una grande impresa. 

Che consiglio darebbe a chi adesso sta fondando una startup?

Posto che se si ha una passione la si deve perseguire, consiglierei di approfondire bene la fase di studio del mercato e della competizione, italiana ed estera, in particolare quest’ultima. In base alla mia esperienza, anche nel campo dell’education la concorrenza estera è di solito ben capitalizzata, ha molte risorse, che in Italia non sono disponibili. E questo rappresenta un ulteriore rischio da gestire. 

Grazie mille e buon lavoro, dottoressa Burberi

Grazie a voi





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