Work-life balance: è il momento dell’integrazione

Redazione BacktoWork 12/05/2022

La pandemia da Covid-19 e le conseguenti fasi di lockdown hanno cambiato i connotati al mondo del lavoro, che oggi è alle prese con una serie di ripensamenti che riguardano i suoi tempi e i suoi modi, all’insegna del passaggio dall’equilibrio all’integrazione con la vita privata

I risultati, innanzitutto, più che il calcolo del tempo che le persone impiegano per raggiungerli, sono realmente importanti sul lavoro. Il concetto è ben noto alle professionalità commerciali, per le quali le cose funzionano più o meno così: ti viene assegnato un obiettivo e un’area territoriale, e il modo in cui l’attività viene gestita è secondario.

Per molte altre figure professionali dell’azienda, knowledge worker in primis, le cose hanno perlopiù funzionato diversamente, con la presenza in azienda scandita dalla cara vecchia giornata lavorativa dalle 9 alle 17, o giù di lì.

Dall’equilibrio all’integrazione

Poi è arrivata la morsa della pandemia globale e la faccenda è stata investita da un cambiamento di tipo radicale, dove il tradizionale concetto di work-life balance, l’equilibrio tra lavoro e vita privata è stato rimpiazzato da quello di work-life integration, integrazione tra lavoro e vita privata:qui le attività professionali si combinano - in una modalità inedita, pressoché sconosciuta in precedenza - con il tempo in famiglia, con quello da dedicare alla salute e al benessere e con il coinvolgimento nella propria comunità di appartenenza.

D’altra parte, a conferma della bontà del nuovo modello, c’è il fatto che nei due anni in cui il Covid-19 ha imposto varie fasi di lunghi lockdown la produttività di molte aziende ha registrato un incremento. E, casomai non fosse ancora sufficiente, a suffragio ci sono anche i dati, come quelli di un sondaggio di Gartner dello scorso anno, secondo il quale il 43 per cento degli intervistati ritiene che l'orario di lavoro flessibile li abbia aiutati a essere più produttivi, così come il 30 per cento ha affermato che gli spostamenti più brevi, o del tutto assenti, hanno avuto lo stesso effetto.

Il ruolo chiave della tecnologia

Non è un caso, quindi, che in tutto il mondo le aziende siano impegnate nel cercare di non perdere questi aumenti di efficienza produttiva elaborando nuove strategie, politiche e pratiche di lavoro che consentano alle persone di lavorare da remoto o in vari modi alternando giorni o settimane dentro e fuori dall'ufficio, fornendo ai lavoratori gli strumenti per garantire loro un accesso sicuro ai dati, alle persone, alle applicazioni e alle risorse di cui hanno bisogno per lavorare ovunque su qualsiasi dispositivo e in qualsiasi momento.

Una buona notizia, in questo senso, è rappresentata dal fatto che oggi esistono tecnologie di pianificazione e gestione del lavoro che possono adattarsi a modalità di lavoro più complesse.

Ancora una volta, quindi, la chiave sta tutta nel digitale, soprattutto in un momento come questo in cui si stanno registrando con una frequenza sempre maggiore fenomeni che rientrano nel concetto della great resignation, secondo la quale i dipendenti sono sempre meno propensi a trascorre la maggior parte della loro vita quotidiana in azienda o, addirittura, a lasciarla, in favore di formule contrattuali più flessibili che permettano loro di dedicare il loro tempo ad altre attività non professionali.

Modelli ibridi

La sfida, quindi, è in quale modo gestire questa nuova integrazione, stabilendo il grado di controllo a disposizione dei dipendenti per impostare i propri carichi di lavoro e i propri orari e quanto invece rimane una prerogativa del datore di lavoro.

I dati provenienti da un’altra indagine, questa volta firmata dall’altro colosso delle ricerche IDC, mostrano che il 45 per cento dei leader tecnologici in azienda ritiene che il lavoro ibrido continuerà a essere parte integrante della vita lavorativa, e che, soltanto nel 2 per cento dei casi si afferma che l’assenza di programmi in tal senso.


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