startup & pmi innovation economy

Sono sempre di più le donne a capo di startup, ma la strada è ancora lunga

Gianni Balduzzi 01/01/2021

Secondo Crunchbase nel 2009 erano solo il 10%, nel 2019 erano diventate il 20%. Si tratta delle startup al primo round di finanziamento a guida femminile o perlomeno con una co-founder donna sul totale a livello globale.

1609415505.png

Si è trattato di una crescita importante perché nel frattempo il numero complessivo di startup che ogni anno accedevano al venture capital è sempre salito. Ma quelle con almeno una donna a capo evidentemente sono cresciute più velocemente. 

Tra l’altro sempre nel 2019 è arrivato alla cifra record di 21 il numero di unicorni a guida femminile.

I dati di Crunchbase non possono essere esaurienti, ma visto che si tratta di uno dei più importanti database aziendali a livello mondiale, indicano un cambiamento importante: il mondo delle startup si allarga, esce da quella nicchia in cui una certa narrazione mediatica lo ha relegato, quella dei “geek” dell’informatica, fatta di giovani uomini della costa Ovest, prevalentemente bianchi. Come si è già visto invece non si tratta solo di 20enni, anzi, quelli di maggior successo di anni ne hanno di solito sulla quarantina e c’è sempre più diversità, soprattutto a livello di genere.

Ma ancora l’imprenditoria femminile ancora non decolla a livello di cifre investite

Il panorama appare meno roseo se invece del numero di startup parliamo di quello che per alcuni conta forse anche di più, l’ammontare degli investimenti del mercato.

Considerando le aziende del database i Crunchbase e i finanziamenti tramite IPO quelli che hanno coinvolto startup con almeno una founder donna sono arrivati nel 2019 a 27,7 miliardi di dollari, di cui 6,1 relativi a quelle imprese leadership solo femminile.

Si tratta di un dato in crescita rispetto a quasi tutti gli anni precedenti quando gli investimenti verso aziende guidate da donne erano stati di 44,8 miliardi, anche se in questo caso un singolo deal (che ha coinvolto Ant Financial) ha gonfiato i numeri.

Il problema riguarda piuttosto le percentuali che tali dati rappresentano. Si tratta solo del 13% nel 2019, come nel 2016 e 2017, e solo nel 2018 si è arrivati al 17%.

Ancora troppo poco. 

Si sale al 19% se parliamo di deal più che di dollari. Comunque una percentuale poco soddisfacente. 

Vuol dire che per adesso mediamente le startup “femminili”, anche se in crescita, rimangono più piccole e meno finanziate di quelle maschili. Ed è ragionevole se appunto sono di solito più giovani, come le statistiche sulla loro numerosità suggerisce. 

Non a caso sempre secondo Crunchbase sono gli investimenti nella fase di seed quelli in cui le aziende con un founder donna raccolgono la percentuale maggiore di fondi, il 21%, mentre il venture capital che interviene nella fase C e oltre, quando l’azienda è già di successo, vanno alle startup femminili solo per il 12% del loro ammontare

Networking e STEM i fattori chiave

Tra i fattori che secondo molti esperti e imprenditrici giocano un ruolo importante vi è il fatto che in questo mondo il successo e le possibilità di ricevere finanziamenti si basa anche sulla capacità di fare network, di avere sviluppato rapporti e conoscenze, magari nelle precedenti esperienze lavorative. 

Non c’è nulla di male ovviamente, soprattutto se tali contatti e segnalazioni sono fatte tra persone che hanno stima reciproca, e se sono anche i propri fondi a essere impiegati, non solo quelli degli altri. Tuttavia soprattutto in passato anche in USA il mondo dell’Hi Tech e della finanza erano dominate da uomini, soprattutto a livello apicale, e se per emergere non bastano le qualità personali ma vi è bisogno di uno sponsor, per una donna è molto più difficile essendocene poche laddove i network si formano.

Un altro elemento è la minore presenza di donne laureate nelle materie STEM (Science, technology, engineering, and mathematics), quelle in cui assieme a economia sono specializzati normalmente i founder e coloro che cominciano a lavorare in quelle aziende da cui nascono startup come spin off.

Le donne tendono  frequentare quelle facoltà meno degli uomini, un po’ ovunque, e di conseguenza vi sono meno donne con competenze adatte a fondare startup di successo.

Le cose stanno cambiando anche sotto questo aspetto, ma gli anni in cui questo gap è stato deciso hanno ancora un peso. Un po’ ovunque, ma soprattutto in Italia.

Avere più donne imprenditrici conviene a tutti

Nel nostro Paese nonostante le donne laureate siano più degli uomini negli ultimi anni nelle scienze dure e in economia il gap continua. Nelle lauree in Business Administration per esempio a livello europeo nel 2018 le laureate di quell’anno superavano i laureati 384.417 a 268.211, un po’ come avveniva nei principali Paesi della UE, mentre in Italia avveniva l’opposto: gli uomini che avevano ottenuto la laurea erano circa 1700 più delle donne. Divari maggiori vi sono nelle facoltà più scientifiche.

E complice il fatto che sono meno che nel resto d’Europa coloro che completano il ciclo di studi sono meno che altrove le donne che si laureano in Information Technology e matematica e statistica. Solo 1066 nel 2018 contro le oltre 5 mila in Francia e Germania nel primo caso e solo 1884 nel secondo.

1609414994.png

I numeri però sono in crescita, e questo è consolante. 

Per il nostro Paese, quello con tasso d’occupazione femminile più basso, è invece fondamentale avere più donne nel mondo del lavoro e in posizioni manageriali. La crescita delle founder di startup sarebbe alla fine una conseguenza naturale, visto l’incremento della loro presenza nelle grandi aziende, in quelle reti i network così importanti a questo scopo.

È fondamentale non solo per questioni di giustizia e parità, e certo non per ragioni stereotipate, perchè le donne porterebbero “maggiore creatività”, “più sensibilità”, “un tocco di umanità”, no, la ragione è che conviene all’economia e alla società tutta.

Escludere una porzione della popolazione dalle posizioni apicali, e non solo apicali, è un costo. Gli economisti lo chiamano costo opportunità, è quello che la società paga per non avere a disposizione un bacino il più ampio possibile da cui scegliere e far emergere i propri leader. 

Avere molte meno donne nel mondo del lavoro o laureate in facoltà chiave alla fine ha gli stessi effetti dell’escludere dalle posizioni più importanti della società per esempio delle minoranze. Vuol dire dover rinunciare a un’intelligenza che sarebbe molto utile e non può esprimere la propria potenzialità a beneficio di tutti.

E questo certamente è un prezzo che oggi l’Italia non si può permettere di pagare.


Potrebbe interessarti anche: