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Paolo Colella: Milano è ormai un polo di innovazione molto forte, facciamo tornare in Italia i nostri talenti

Gianni Balduzzi 17/09/2020

Nel mese di agosto abbiamo voluto incontrare Paolo Colella, già top manager in Ericsson con cariche di rilievo in diversi paesi del mondo, attualmente opera come consulente e investitore in aziende innovative nel settore digitale.

Buongiorno dottor Colella, e grazie del suo tempo. Secondo lei che nella sua carriera ha avuto modo di conoscere bene diverse realtà a livello globale, quali sono le principali differenze in tema di digitalizzazione tra Italia ed estero?

Direi che in generale siamo partiti in ritardo. E di conseguenza la diffusione e l'impiego dei mezzi digitali da parte delle imprese e le organizzazioni pubbliche è ancora molto indietro rispetto ad altri paesi del Nord Europa o gli Stati Uniti.

Tanto per citare un esempio, è ancora molto difficile reperire informazioni sui servizi pubblici disponibili ed accedervi in modo semplice evitando trafile burocratiche senza fine. In molti paesi del Nord Europa si e´partiti molti anni fa e la differenza e´molto spiccata.

E a livello di imprese?

L’Italia è un Paese difficile da definire nel suo insieme, ci sono aree di eccellenza che sono forse migliori della media internazionale. Solo per fare alcuni esempi, mi vengono in mente realtà come Enel, leader nel mondo, o Diesel e Lavazza, che hanno ben adottato il digitale come parte integrante del loro business. I casi di imprese all’avanguardia sono tantissimi, anche se in media c’è un approccio agli investimenti ancora “casereccio” e c’è certamente un problema di lungimiranza e pianificazione strategica degli investimenti in trasformazione digitale.

Allontanandosi dalle realtà di eccellenza, il ritardo sembra grande nel mondo delle PMI dove la mancanza di competenza ed esperienza digitali rende il processo di trasformazione piu´lento. Senza cadere in generalizzazioni pericolose, un altro potenziale ostacolo e´la limitata estrazione internazionale delle aziende italiane. Un’azienda svedese, tanto per fare un esempio, viene fondata già in partenza con l’idea di operare sul mercato internazionale per sopravvivere.

Il mercato Svedese e´piccolo e per crescere l'azienda si pone da principio il problema di attaccare altri mercati sfruttando tutte le potenzialità tecnologiche a disposizione in termini di marketing digitale, e-commerce e via dicendo. Una potenziale conclusione e´ che crescere sul mercato internazionale significa essere meglio preparati ad operare in un contesto di forte competizione dove gli strumenti digitali giocano un ruolo molto importante al successo.

E a questo proposito, sarebbero necessarie delle politiche di stimolo da parte del governo in termini di Investimenti in istruzione, utilizzo dei mezzi di pagamento digitale, sburocratizzazione e stimolo degli investimenti in innovazione digitale, simili a quelle messe in atto dai paesi piu´avanti di noi (es: UK, Germania, Francia, Olanda, Svezia).

Ha avuto modo di avere a che fare con startup, in particolare nel settore digitale? Ci sono segnali positivi?

Ultimamente sono entrato in contatto con alcune aziende digitali di Milano che mi hanno lasciato stupefatto, perchè sono rilevantissime a livello internazionale, focalizzate su temi importanti nell’ambito dell’Hi-Tech, e credo proprio ce la faranno anche fuori dall’Italia perchè sono all’avanguardia. Mi sembra di vedere Milano emergere come un potenziale polo di forte innovazione.

Quali sono i pregi che vede nel mondo delle startup digitali a Milano?

Quelle con cui io sono entrato in contatto maggiormente sono aziende dell’ambito del <digital marketing, delle tecnologie digitali per l’advertising, che sono di qualità altissima, aziende forti e capaci. Gli imprenditori italiani quando hanno un respiro internazionale hanno una marcia in più di creatività, di agilità del pensiero, e in queste imprese vedo proprio queste qualità, e una grande capacità.

Secondo lei cosa dovrebbe cambiare per fare evolvere le piccole imprese classiche in aziende innovative come quelle che lei ha conosciuto?

Le sfide che le piccole imprese incontrano più di frequente sono l’accesso ai finanziamenti e ai capitali, anche se si sta sviluppando un mercato del venture capital che però rimane indietro rispetto al resto d’Europa. Sicuramente, come ho discusso in precedenza, c'è bisogno di stimoli e spinta da parte del governo e dalle pubbliche amministrazioni. Forse c’è anche un problema di rinnovamento della cultura manageriale, visto che in realtà le buone idee non mancano, sono i fondi ed il sostegno alle innovazioni ed ai talenti a latitare.

Piccole aziende comparabili all’estero riescono a creare più valore, anche perché spesso sono capaci di attrarre i talenti migliori, alcuni dei quali vengono proprio dall’Italia. Persone bravissime, giovani sviluppatori molto abili, che andrebbero stimolati a tornare nel nostro Paese insieme ai loro migliori colleghi stranieri.

Ha avuto modo di conoscere questi talenti nella sua carriera?

Sì, ne ho conosciuti, hanno voglia di fare, di non essere impastoiati in culture aziendali e del lavoro rimaste indietro. Molti di questi sono alla ricerca di situazioni in cui vi sia meritocrazia, e l’impegno ed i risultati siano più rapidamente premiati. Molti dei giovani che ho incontrato se ne sono andati alla ricerca di opportunità, molto spesso anche per curiosità, per imparare come funziona un mondo diverso, affascinati da realtà che hanno avuto successo nel mondo, per esempio in Svezia Spotify, che ha creato un polo attrattivo molto forte. In Inghilterra vi è il mondo fintech che sta andando molto bene, e poi naturalmente l’America.

I giovani sono attratti dal fascino di lavorare in contesti interessanti, molto innovativi, vanno a fare questa esperienza, poi si trovano bene e fanno fatica a pensare di rientrare perché non vedono a casa lo stesso tipo di dinamiche e di opportunità, hanno paura di rimanere soffocati rientrando.

Ora, con l’attuale crisi in atto cosa crede che cambierà nel mercato dal punto di vista della digitalizzazione o dell’emersione di alcuni settori a spese di altri?

Quello che il periodo di lockdown ha evidenziato è che le aziende che sanno operare in modo più dinamico, con uso di strumenti digitali, continuando ad essere operative anche da remoto al 100%, sia verso i clienti finali che verso i fornitori e i partner, non hanno risentito di quello che è successo, anzi alcune, le più tecnologicamente avanzate, hanno addirittura incrementato le vendite.

Le indicazioni più chiare che emergono è che questa è l’ultima chance di abbracciare la digitalizzazione, per migliorare l’agilità dei processi, la struttura dei costi, per essere competitivi sul mercato, ma anche per internazionalizzare e modernizzare. E il gap tra chi lo farà e chi non o farà diventerà dirimente.

Per il sistema Paese questo vuol dire che è necessario investire in competenze nuove, visto che la digitalizzazione crea il bisogno di competenze completamente diverse, il lavoro si trasforma e si deve investire in questi nuovi mestieri, affinché i giovani possano trovare opportunità di lavoro nei settori nuovi.

La ringrazio dott. Colella per il suo tempo, buon lavoro

Grazie a voi


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