Innovazione in Italia: rispetto alla media europea c’è ancora tanto da fare

Redazione BacktoWork 28/06/2022

A che punto è l’Italia nell’adozione di tutte quelle tecnologie che possono traghettarla in una Società 5.0? La risposta tra le pagine di uno studio che si concentra anche su sostenibilità, resilienza e fattore umano

Oggi più che mai, l’innovazione tecnologica rappresenta un elemento fondamentale per il futuro delle imprese e per la crescita del Sistema-Paese.

L’introduzione dello stato dell’arte tecnologico nel tessuto produttivo italiano (Industria 4.0, ora diventato Transizione 4.0) e la crescita di comparti quali la robotica, la mobilità del futuro, l’intelligenza artificiale, la cybersecurity, unitamente a bioeconomia, metaverso, digitalizzazione della Pa, decarbonizzazione e transizione ecologica sono le sfide da cui partire per sfruttare le opportunità e non rimanere indietro rispetto agli altri Paesi, d’Europa e del mondo.

Il ruolo cruciale dell‘innovazione tecnologica nel miglioramento della produttività, della crescita economica e del tenore di vita di un Paese, è stato ampiamente riconosciuto dai più accreditati economisti del pianeta. Per capire quanto tutto incida sul progresso di uno Stato, basta analizzare i dati che vengono pubblicati ogni anno dal Quadro Europeo di Valutazione dell’Innovazione (EIS).

L’Italia è, nello scenario europeo, uno dei Paesi definiti moderate innovator e l’aspetto più preoccupante è che, tra le sue maglie, stenta a diffondersi la consapevolezza di come la competitività tecnologica rappresenti la principale forma di competizione del capitalismo. Ma solo grazie alle innovazioni, si può pensare di approfittare delle nuove opportunità economiche generate dal cambiamento.

Investimenti in tecnologia e innovazione: ancora non basta

Tra i fattori che frenano la crescita della produttività e della competitività, soprattutto a livello internazionale, c’è proprio il gap che le nostre aziende scontano in termini di digitalizzazione dei processi..

Dai dati emersi dal rapporto Super smart society: verso un futuro più sostenibile, resiliente e umano centrico, realizzato dalla Innotech community di The European House-Ambrosetti, l’Italia appare come un Paese dove, nonostante alcuni importanti punti di forza, come la capacità dei nostri ricercatori di produrre eccellenza scientifica, ci sono ancora grandi opportunità da cogliere per quanto riguarda le potenzialità del costruire un solido ecosistema dell’innovazione.

Se si guarda al triennio 2018-2021, nell’aggiornamento dell’Ambrosetti Innosystem Index (AII) (che classifica le performance complessive nel campo dell’innovazione di 22 Paesi mediante l’analisi di 14 indicatori di performance), l’Italia si trova nelle retrovie, posizionandosi in quintultima posizione. Al primo posto si confermano gli Stati Uniti e, al secondo posto, Israele, Germania e Austria.

Uno degli indicatori fondamentali per valutare le performance, ma anche per predire la crescita e lo sviluppo economico di un Paese, è rappresentato dagli investimenti in Ricerca & Sviluppo.

Anche qui l’Italia è in ritardo: prendendo in esame l’Europa, la Germania è saldamente davanti a tutti, con 105,9 miliardi di euro investiti in R&S, più di quattro volte gli investimenti dell’Italia (25,4 miliardi di Euro), mentre se ci spostiamo a livello mondiale, rapportando gli investimenti al Pil, l’Italia non rientra nemmeno nella top 15 mondiale, posizionandosi al di sotto della media UE (2,2 per cento) con l’1,5 per cento del Pil destinato alla ricerca.

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Bene la ricerca, ma manca il link con l’industria

Se la qualità della ricerca accademica, misurata dal numero di citazioni per ricercatore, si conferma alta, il tallone d’Achille dell’Italia è rappresentato dalla scarsa capacità di tradurre tali scoperte in brevetti (siamo al 19eeimo posto) creando valore economico ed industriale.

Questo vale anche per le startup: l’AII utilizza l’indicatore del numero di aziende ad alto tasso di innovazione per milione di abitanti e l’Italia si posiziona nella seconda metà della classifica, a grande distanza dal primato dell’Estonia.

Il rapporto evidenzia anche come sia necessario orientare molte delle risorse del Pnrr verso i progetti in grado di massimizzare l’innovazione, valorizzando gli uffici di trasferimento tecnologico presenti nelle Università e presso gli Enti di ricerca.

Tutto questo però rischia di essere inutile se non verranno anche fatte riforme a sostegno dell’imprenditorialità innovativa e verranno aumentati i finanziamenti di venture capital, senza dimenticare la necessità di ridurre il gap di competenze digitali sia dei cittadini che delle aziende italiane.

Lo confermano anche i dati che emergono dal Digital Economy and Society Index (DESI) della Commissione Europea: nel 2021 l’Italia è risultata al di sotto della media UE di 5,18 punti.

Verso la Super Smart Society

La Super Smart Society o Società 5.0 sarà il prossimo step evolutivo che ci porterà dall’attuale Information Society (dove l’informazione, estratta ed elaborata dai dati, è il motore della società) a una nuova era, nella quale questa crescente e enorme mole di big data verrà elaborata direttamente dai sistemi di AI (intelligenza artificiale).

Ecco i passi che ci porteranno in questa direzione, sempre secondo il rapporto Ambrosetti.

Si parte dal Metaverso, che dai settori del gaming e dell’intrattenimento si spingerà rapidamente anche verso quelli della moda, della sanità, del  retail, del manifatturiero e dell’istruzione, grazie anche ai 15 milioni di visori che si stima verranno commercializzati ogni anno a partire dal 2022.

Si prosegue con la robotica, un settore che cresce con numeri importanti: 435 mila nuove unità prodotte nel 2021 e una stima per il 2024 di 518 mila

L’utilizzo di tecnologie di automazione e l’impiego di robot sia in contesti industriali che nella vita quotidiana delle persone, è destinato ad aumentare, con punte già rilevanti nel settore automotive, con l’84 per cento delle aziende che ne beneficia attivamente, seguito dall’healthcare con il 57 per cento.

Per quanto riguarda la mobilità, per rispettare il piano 2030 dell’UE, si dovrà intervenire sulle emissioni, soprattutto del trasporto privato (l’Italia è il secondo Paese europeo per tasso di motorizzazione). I fondi del Pnrr andranno quindi a promuovere la conversione elettrica e la digitalizzazione della logistica.

Parte integrante delle strategie per la riduzione delle emissioni di CO2 sono le tecnologie per la decarbonizzazione, tra le quali rientrano la digitalizzazione nell’ambito della produzione di energia elettrica e nei processi industriali e il settore nucleare, oggetto di un’impennata di investimenti privati.

Per quanto riguarda la Bioeconomia, l’Italia risulta prima in Europa per indice complessivo di circolarità e si conferma un’eccellenza a livello mondiale grazie a un settore che, nel 2020, ha generato un fatturato pari a 317 miliardi di euro (10,2 per cento del Pil nazionale) e ha assorbito forza lavoro per circa 2 milioni di unità (7,9 per cento del totale).

Infine, per un Paese dove la burocrazia rappresenta ancora un limite, la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione ha ancora molta strada da fare per migliorare l’accesso a beni e servizi a cittadini e imprese. Nel 2021 infatti la performance dell’Italia si è confermata al di sotto della media europea nonostante l’accelerazione per quanto riguarda Spid e la piattaforma IO.


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